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Che fine hanno fatto i sani?

Pubblicato il 23/11/2021 17:19

Di Lorenza MORELLO.
 
“Alla fine dell’inverno in Germania saranno quasi tutti vaccinati, guariti o morti”. Queste parole, pronunciate dal ministro della Salute tedesco Jens Spahn, hanno “finalmente” (si fa ovviamente per dire) palesato quanto alcuni di noi hanno osservato più volte da troppi mesi a questa parte. Ovvero che, non solo che, come spesso amaramente sottolineato, le cause di morte “extra pandemia” non compaiono più in alcuno studio (e dire che, ad esempio, in Italia, le due cause principali di morte sono sempre state malattie cardiovascolari e tumori), ma anche che ad essere totalmente ignorata è un’altra categoria (la chiamiamo così per facilità di comprensione) quella delle persone sane.


Perché, vedete, non è necessario essere un medico o uno scienziato per esercitare la logica ed il senso critico che però, oggigiorno più che mai, sono armi a doppio taglio in quanto pongono chi le esercita contro il “main stream” ad essere immediatamente etichettato come un pericoloso negazionista, quando va bene, e a ricevere financo insulti e auguri di morte. E non è necessario professarsi “contrari al siero” per essere emarginati dalle conversazioni o denigrati, è sufficiente sollevare qualche palese e banale osservazione per passare dalla parte dei rivoltosi pericolosi che proprio “non vogliono capire”. Ebbene, tra le tante contraddizioni e palesi illogicità sollevate in questi mesi da filosofi, giuristi, premi Nobel, professori universitari e persino qualche coraggioso politico, le parole pronunciate proprio da uno di questi, il ministro Jens Spahn citato in apertura, rivelano questa ennesima incongruenza tanto logica quanto scientifica ovvero che la “categoria” delle persone sane non esiste più. Non è più contemplato essere sani, vige la “presunzione di malattia” o di “pericolosità infettiva” a prescindere.


Eppure questa idea arriva da lontano giacché già nel 1923 la circostanza immaginata da Jules Romains in “Knock, ovvero il trionfo della medicina”, era, invece, tragicamente premonitoria. Questa pièce narra del paesino di Saint-Maurice dove il Dottor Parpalaid, medico condotto, decide di cedere il posto a un giovane collega, il Dr. Knock che, deluso dallo stato di buona salute degli abitanti del villaggio, si rende disponibile per consultazioni gratuite, durante le quali insinuava nei propri interlocutori l’idea di essere ammalati.


Per tutti, prescriveva terapie di lungo corso, alleandosi col farmacista e trasformando il municipio in una clinica.
Parpalaid, venuto a sapere della situazione, cercò di recuperare il suo posto, ma l’oratoria di Knock è tale da convincerlo di essere ammalato e di doversi far curare. “Coloro che si credono sani sono malati senza saperlo” è appunto il principio di Knock, che alcuni fortunati avranno potuto apprezzare a teatro quando ancora non era un atto così pericoloso assistere ad una rappresentazione.
 
Eravamo nel 1923 e l’idea di applicare la pubblicità alla medicina, in un’epoca in cui le prime reclames intensive venivano favorevolmente esportate da oltre Atlantico in Europa, e la capacità suasoria di Knock di piegare la mente di tutti, che sembrava preludere alla instaurazione delle grandi dittature europee, garantirono il successo a questa pièce teatrale, che giocava su quello che pareva essere un vero e proprio paradosso.
Ci ha messi in guardia, più di vent’anni fa, anche Ivan Illich in “Nemesi Medica”, disegnando il rischio di trasformare, in un futuro prossimo, tutte le persone in buona salute in altrettanti – più o meno potenziali – malati.
Mentre un tempo si inventavano medicinali contro le malattie, ora si inventano, infatti, malattie per generare nuovi mercati di potenziali pazienti.
Nel 1976, Henry Gadsen, allora direttore della casa farmaceutica Merck, dichiarò alla rivista Fortune: «Il nostro sogno è produrre farmaci per le persone sane. Questo ci permetterebbe di vendere a chiunque».
A distanza di più di 40 anni, il suo auspicio sembra essersi realizzato: camuffate, spesso, con l’abito della prevenzione, le strategie di marketing farmaceutico hanno infatti oggi come target non il malato, ma la persona sana.
Per poter mantenere inalterato il mercato degli anni passati, sostenuto da mutualismo e gratuità, l’industria della salute deve rivolgersi alle persone sane.


Questo fenomeno prende il nome di “disease mongering” ed è una pratica insidiosa, spesso invisibile, che può comportare il rischio di scelte terapeutiche inadeguate, malattie iatrogene e danni alla sostenibilità economica del sistema sanitario, sottraendo risorse utili.
Tre sono i piani su cui queste strategie morbigene agiscono: 1)il piano quantitativo, che prevede l’abbassamento dei parametri che definiscono la frontiera del “patologico” (ad esempio, nel caso di ipercolesterolemia); 2) il piano temporale, che consiste nella promozione e nella diffusione di pratiche di screening, la cui efficacia è incerta oppure non ancora dimostrata; 3) il piano qualitativo, che trasforma in condizioni medico-sanitarie situazioni che dovrebbero far parte della normalità della condizione umana (G. Domenighetti). 
 
Poi, che un tampone positivo non sia sinonimo di malattia (e non lo dico io ma la “scienza”), che si leggano tutti i giorni di comunità intere di vaccinati tutti ammalati (non positivi, ma ammalati) poco importa. Anzi, a pensarci meglio importa assai, poiché laddove hanno ormai ampiamente dimostrato che il siero non protegge dal virus ma solo dalle conseguenze più gravi (che se poi insorgono ugualmente “è un caso isolato”, e se si sta male o si perde la vita per l’inoculazione dello stesso o non se ne parla o sono “cose che capitano”), trattare tutti come presunti malati aiuta certamente la politica del terrore che riversa le inefficienze degli stati sul nostro prossimo e non sui tagli alla sanità, che dice che se uno si ammala è colpa del suo vicino sano (ma visto che di sani non si parla più sarà solo un “diversamente malato”) e che anche se non si è ammalato, è colpa sua comunque. Che se i posti in terapia intensiva non sono sufficienti, i tagli alla sanità per il mainstream non c’entrano nulla, i posti non ci sono a causa dei troppi ricoveri (che poi quelli dei ricoveri in terapia intensiva del 2018 per influenza fossero numeri ancora superiori a quelli dello scorso anno poco importa) è ciò che si deve pensare per continuare a temere “gli untori” e la malattia. “Questa” malattia, perché le altre cause di morte non esistono più, appunto. Proprio come i sani.
Che dei governatori palesemente incapaci, anziché assumersi le proprie responsabilità e usare l’ormai vituperato buon senso, pensino solo a tutelare (a parole perché poi di fatto se si arriva alle chiusure significa che non si è tutelato un bel niente) la salute e non anche il diritto alla vita e al lavoro di tutti (ché, lo ripeteremo fino allo stremo, non esiste da nessuna parte una “gerarchia dei diritti”) e che quindi sia inaccettabile vedere i mercatini di Natale con le barricate, e questi poveri commercianti ridotti alla fame. Che le temperature nel nostro emisfero d’inverno si abbassino non è una “scoperta” o una “emergenza”. Non lo si scopre oggi. Ed essere arrivati a questa come unica misura possibile è inaccettabile da tutti i punti di vista.

Perché non basta sopravvivere alle malattie, agli acciacchi ed ai problemi… occorre e si deve continuare a vivere nel senso più pieno possibile. Ma forse questo è proprio ciò che vogliono farci dimenticare.