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Caos riaperture: così il decreto Covid è diventato una presa in giro per i ristoratori

La montagna ha partorito un topolino, come era d’altronde lecito aspettarsi da un governo che, tra i suoi primi atti, ha visto confermata e blindata la poltrona del ministro della Salute Roberto Speranza. Come dire: “Non vi è piaciuta la linea di Conte? Rassegnatevi, faremo le stesse cose, se possibile anche peggio”. E così ecco che dopo giorni di protesta, richieste d’aiuto da parte di commercianti e ristoratori, prese di posizioni forti da parte di alcuni governatori e una frattura interna alla maggioranza, l’esecutivo Draghi è arrivato a partorire un assurdo schema che suona come l’ennesima presa in giro verso quei poveri cittadini ormai da oltre un anno in attesa di un rinsavimento da parte di chi li governa.

Caos riaperture: così il decreto Covid è diventato una presa in giro per i ristoratori

I ristoranti potranno così tornare a lavorare la sera, come era auspicabile, ma soltanto all’aperto, a partire dal 26 aprile, e con l’obbligo di cacciare i clienti in tutta fretta appena consumato il caffè, visto che dalle 22 bisognerà essere a casa per rispetto del coprifuoco. Difficile immaginare, viste le condizioni dettate dal governo, che i locali possano riempirsi durante la serata. Con l’incognita del tempo, oltretutto: non potendo lavorare al chiuso, nemmeno nel rispetto di distanziamenti e normative igieniche anti-Covi, ogni serata di pioggia si trasformerà in un flop totale per chi deciderà di alzare la saracinesca, con la cassa miseramente vuota.

Per non parlare di quei locali che, per posizione, non hanno la possibilità di sfruttare spazi esterni o, se sì, possono farlo in maniera estremamente limitata: a loro converrà direttamente far finta di niente e attendere tempi migliori, senza nemmeno tentare di aprire nuovamente le porte della propria attività. Insomma: Draghi aveva promesso buonsenso e aveva invitato gli italiani a guardare con ottimismo a un futuro che si sarebbe finalmente tinto di rosa. Soltanto l’ennesima barzelletta, a conti fatti, che tra l’altro ha smesso di far ridere da un bel pezzo.

Draghi, in tutto questo, è riuscito nella non semplice impresa di fare ancora peggio del suo precedessore. Scelto tra gli osanna di quasi tutti i partiti italiani come simbolo di continuità in un’Italia politicamente asservita all’Ue e ai suoi diktat, si limita ad assecondare il ministro della Salute Roberto Speranza e la sua linea del “lockdown sempre e comunque”, promettendo miracoli non appena Bruxelles ci lascerà gestire quelle briciole alle quali è stato dato l’altisonante nome di Recovery Plan. Spostando nel frattempo sempre più in là la data di un ritorno alla normalità: il 26 aprile forse, no meglio il 15 maggio e poi chissà. In fondo che fretta c’è, lor signori a fine mese ci arrivano senza difficoltà alcuna.

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