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“La Cia, la P2 e Moro…” Le rivelazioni del generale delle missioni segrete: “A 98 anni vi racconto la verità”

Pubblicato il 04/03/2024 20:45 - Aggiornato il 04/03/2024 20:46

Non basterebbe questo articolo a racchiudere i 98 anni di vita del generale di corpo d’armata Roberto Jucci, un servitore dello Stato, come si diceva una volta; poi anche un affermato manager, che ha attraversato alcune delle pagine più oscure della storia d’Italia – tra la Prima e la cosiddetta Seconda Repubblica – e che era pronto a liberare il povero Aldo Moro. Lucidissimo e con ottima memoria, in una lunghissima intervista a la Repubblica, lo dice chiaramente: “Il mio più grande rammarico sul caso Moro è quello di non avere capito che venivo strumentalizzato. Nel senso che mi avevano messo nell’angolo e mandato via da Roma per non vedere e non operare”. Roberto Jucci è stato al vertice del servizio sicurezza dell’Esercito, comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, manager con Raul Gardini Romano Prodi, tesoriere dell’Ulivo, presidente della Commissione per la riforma dei servizi segreti, infine commissario di governo in Sicilia e commissario di governo per la bonifica del fiume Sarno. Sono tante vite del generale, ma non possiamo non soffermarci sull’affaire Moro, per dirla con Sciascia, che del resto è il focus dell’intera intervista. (Continua a leggere dopo la foto)
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aldo moro generale jucci

“Moro doveva essere distrutto”

Aldo Moro, dunque, “doveva essere distrutto politicamente e fisicamente: se Moro fosse sopravvissuto la politica dell’Italia avrebbe avuto uno sviluppo diverso da quello che è stato”. Che l’intera vicenda del sequestro e dell’assassinio di Aldo Moro fosse molto più complessa della verità ufficiale, che fosse eterodiretta, che i Servizi segreti italiani e stranieri giocassero una partita truccata, ebbene tutto questo è sempre stato più di un sospetto, oggi corroborato dalle parole del generale Jucci. Non proprio quello che si definisce un “complottista”. E dunque ecco ancora cosa racconta Jucci: l’allora ministro dell’Interno, Francesco Cossiga, lo rivestì del delicatissimo incarico di creare una squadra dell’esercito per liberare lo statista prigioniero delle BR. “Io ho preso gli incursori del leggendario reparto Col Moschin, ho acquistato armi sofisticate in Gran Bretagna e in Germania e li ho fatti addestrare senza sosta in una base segreta all’interno della tenuta presidenziale di San Rossore”. Cosa è successo, dunque? È successo che – il generale ne è convinto – il tutto era un diversivo per tenere Jucci e i suoi uomini migliori lontani da Roma mentre lo psicodramma che ha segnato per sempre una nazione intera si consegnava al suo epilogo tragico. “Perché io così passai praticamente tutti i giorni del rapimento in Toscana nella tenuta di San Rossore per predisporre questa squadra che non è mai entrata in azione”, afferma ancora Roberto Jucci. (Continua a leggere dopo la foto)
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La P2 e gli altri centri di potere

L’apertura di un governo, sostenuto da Moro, formato da comunisti e democristiani era osteggiata sia dagli Usa e sia per altri motivi dall’ex Unione Sovietica. Ed ecco che torniamo al ruolo dei Servizi stranieri. Su quelli italiani parimenti c’è molto da dire: all’epoca del sequestro “gran parte dei vertici delle Istituzioni militari erano della P2. E su quella loggia io oggi ho molti pensieri: perché la P2 era espressione di un gruppo di potere di un Paese straniero, amico sicuramente ma che aveva altri interessi”. Il riferimento, se non si fosse capito, è a “centri di potere americani che operavano anche attraverso elementi della P2“. E ancora: “Cossiga era consigliato da un uomo mandato dagli Usa e dalla commissione composta in gran parte da piduisti”. E: “La P2 era uno Stato nello Stato” e Gladio era il suo braccio armato. Jucci è stato uomo di fiducia di molti politici della Prima Repubblica come lo stesso Cossiga, Craxi e Spadolini, ma soprattutto aveva per Aldo Moro “un affetto filiale”, come racconta all’intervistatore Gianluca Di Feo. Nel sequestro Moro, se solo avesse potuto, ecco come avrebbe agito il generale Jucci: avrebbe fatto pedinare “coloro che andavano a portare le lettere di Moro al suo segretario Freato e ad altri soggetti. Avrei cercato di trovare supporto nei Paesi arabi che forse avrebbero potuto trovare un canale utile per la sua liberazione. Avrei tentato l’intentabile per salvarlo. Probabilmente non ci sarei riuscito, ma avrei tentato di tutto”. Ma “non ci fu un coordinamento“, dice, usando un eufemismo. (Continua a leggere dopo la foto)

L’ossessione di Cossiga

Infine, ancora su Cossiga, Roberto Jucci sostiene che l’ex presidente fosse in buona fede nel suo tentativo di salvare Aldo Moro, ma che, come detto, era mal consigliato e probabilmente non era neppure il più alto in grado a gestire davvero la situazione. Tant’è che, come è noto, la depressione e i disturbi neurologici non lo hanno più abbandonato. Nei giorni dopo il sequestro “era chiuso in un appartamento nei pressi di piazza San Silvestro, un sottufficiale della Marina gli portava il cibo. Lo andai a trovare più volte. Mi guardava muto per molti minuti. Poi mi diceva: ‘Forse potevo fare di più’. Per lui era un’ossessione”.

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