in

“30 euro, ci hanno umiliato”. La moglie di uno dei pescatori sequestrati in Libia racconta lo sdegno

È come se avessero equiparato il sequestro alla cassa instegrazione. I 18 pescatori che sono stati  rapiti il 1° settembre al largo di Bengasi sono stati liberati dopo più di 100 giorni di detenzione.

“Mio marito è stato sequestrato dalle milizie libiche, è stato rinchiuso in quattro carceri diversi, ha ricevuto delle percosse, senza cibo, in compagnia di topi e scarafaggi. Ha subito violenze psicologiche e fisiche, da cui tuttora ancora non riesce a riprendersi”. Racconta con queste parole Cristina Amabilino l’incubo che -per quanto assurdo e surreale possa sembrare- è stato vissuto dal suo Bernardo e dagli altri marina ed è durato 108 giorni. (Continua dopo la foto)

“Giorni pesanti, soprattutto perché abbiamo chiesto aiuto e non siamo stati aiutati. Il governo nazionale non ci ha trattato bene. E anche quando la vicenda è finita è arrivata un’altra umiliazione”, prosegue Amabilino.

Sapete cosa ha fatto il governo? “Con un decreto ha stanziato 500mila euro a titolo di indennizzo, di cui 400mila destinati alle aziende e 100mila per i pescatori“, si legge tra le righe di collettiva.it. “La ripartizione è stata di 30 euro al giorno per 91 giorni – sottolinea Cristina -. La cifra non mi interessa, non c’è cifra che può ripagare quello che è successo. Ma 91 giorni perché? È come se avessero equiparato il sequestro alla cassa integrazione. Mica che sabato e domenica venivano a casa, o li mandavano in hotel”. Insomma una conclusione (s)degna di questo governo. (Continua dopo la foto)

 Amabilino conclude dicendo: “I nostri pescherecci devono essere tutelati. Nessun essere umano deve rischiare di subire queste torture, specie un lavoratore che esce da casa per portare il pane alla famiglia”.

“Libertari, attiviamoci contro questo neototalitarismo!”. Il durissimo appello del magistrato

Vaccini ai minori, cosa hanno promesso ai pediatri per convincere i ragazzi alla vaccinazione