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Chi sono i “working poor”, i cosiddetti lavoratori poveri. Una nuova emergenza in Italia

In un’attentissima analisi pubblicata su Il Sole 24 Ore, Cristina Da Rold evidenzia quali siano le maggiori criticità del mondo del lavoro in Italia. Emergono alcuni dati davvero preoccupanti: in Italia il 12% dei lavoratori è a rischio povertà, una persona su sette (la media europea è del 9,4%). L’ultimo rapporto di Inps (2019) parla di 4,3 milioni di rapporti di lavoro (su 14 milioni, il 28%) che prevedono un salario inferiore ai 9 euro lordi l’ora, al di sotto delle soglie minime di retribuzione oraria.

Fa notare Da Rold che “le cose sono notevolmente peggiorate. Negli ultimi quarant’anni le porzioni più ricche hanno registrato tassi di crescita superiori: chi si colloca nel top 10% e top 5% ha registrato una crescita pari al 99%. Per contro, il 90% meno ricco della distribuzione dei redditi di lavoro ha visto il proprio reddito crescere del 65%”.

“Un aspetto centrale nelle dinamiche che portano ai working poors è che il mercato del lavoro si sta polarizzando: da una parte c’è chi riesce a continuare a veleggiare sulla cresta del mercato, inserito in sistemi di formazione continua; dall’altra chi rimarrà indietro, perché poco aggiornato e quindi troppo poco flessibile rispetto a mansioni che si modificano nel tempo”.

“Importante sarà il ruolo delle agenzie interinali, che propongono il cosiddetto ‘staff leasing’: assunzione a tempo indeterminato dei lavoratori impegnandosi a collocarli sul mercato”, conclude Da Rold. C’è dunque una nuova categoria di cittadini in difficoltà, ossia quei 12 lavoratori ogni 100 che non guadagnano abbastanza e sono a rischio povertà nonostante percepiscano uno stipendio. Gli inglesi li hanno soprannominati “working poor” (lavoratori poveri).

Quello che allarma di più è l’aumento record registrato tra il 2015 e il 2016 nel nostro paese: oltre il 23%. A cui aggiungere le prospettive di vita: stando ai dati attuali, secondo il Censis, ben 5,7 milioni di giovani (precari, neet, working poor e in “lavoro gabbia”) rischiano di avere nel 2050 pensioni sotto la soglia di povertà. Al di là del problema attuale, quindi, il rischio è quello di perdere un’intera generazione.

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