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Un euro non vale sempre un euro: l’esempio dei fondi europei

di David Lisetti.

Ammetto che il titolo sembra forviante ma dedicami tre minuti del tuo tempo e tutto (spero) avrà più senso. 

Facciamo un esempio: a fine anno ricevi un premio in buoni produzione del valore di €300 da spendere nei successivi due mesi e questi €300 li puoi utilizzare in negozi convenzionati e divisi secondo categoria. Puoi spendere:

  • 100€ per acquisti alimentari;
  • 100€ per cura della persona;
  • 100€ per prodotti tecnologici. 

Poniamo il caso che le tue priorità per i prossimi due mesi siano totalmente aderenti con le opzioni di spesa offerte dai buoni produzione e che nei negozi convenzionati riesci a trovare i prodotti che fanno al caso tuo. Se si verificano queste condizioni allora per te non fa differenza se possiedi €300 in contanti piuttosto che €300 sotto forma di buoni produzione, ma se invece, per i più svariati motivi, le tue priorità d’acquisto non sono sovrapponibili con le indicazioni di spesa dei buoni produzione allora quei buoni giocoforza diminuiranno la loro attrattività. 

Magari quei €300 ti avrebbero fatto molto più comodo per acquistare dei libri per i tuoi figli, pagare le utenze di casa o saldare il conto del gommista. Nella tua condizione sei comunque grato di aver ricevuto un premio produzione ma ti rendi anche conto che per i prossimi due mesi ti avrebbero fatto molto più comodo dei soldi contanti, tutto sommato avresti tranquillamente scambiato quei 300 per un più classico bonifico da 250€. 

Questo esempio dimostra come un “condizionamento di spesa” genera una perdita di utilità con conseguente diminuzione del valore reale percepito.

Spostando l’analisi a livello comunitario, possiamo vedere che anche i 35 miliardi all’anno del Recovery Fund previsti nei prossimi sei anni sono subordinati al rispetto di condizionalità di spesa stringenti. I fondi europei ad esempio non potranno essere spesi per piani di lavoro garantito, per il taglio dell’IVA, per diminuire il cuneo fiscale senza svantaggiare i lavoratori, per diminuire l’età pensionabile, per una moratoria sugli affitti e per lo stralcio definitivo di tutte cartelle esattoriali nate nel periodo pandemico. 

Come per il caso dei buoni produzione la debolezza del Recovery Fund risiede nel forzare l’allocazione delle risorse in settori che non sono prioritari per affrontare l’incredibile violenza della crisi in atto.

Il Recovery Fund è un’operazione di mera cosmetica retorica: un po’ di green, una spolverata di parità di genere, una bella mano di innovazione (perché sai agli occhi di Bruxelles il Meridione appare sempre un po’ retrogrado), come se pitturassero un mondo carino e simpatico sopra una realtà fatta di problemi profondi, imminenti e potenzialmente devastanti. 

Le notti e i pensieri di milioni di italiani sono gravati da conti in banca in rosso, da debiti che avanzano, da fornitori da pagare, dal blocco delle attività lavorative, dalla misera cassa integrazione (perennemente in ritardo), dall’affitto arretrato, da una vita che sembra sfuggirti di mano. A queste persone l’Europa non ha assolutamente nulla da offrire. 

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