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Per reagire al Covid le aziende sono centrali: si organizzino in tal senso

di Lorenza Morello, giurista d’impresa e presidente nazionale APM

In queste settimane i dati ufficiali sull’aumento dei contagi in tutta Europa stanno spingendo i governi di vari paesi a imporre nuove misure restrittive. In Italia, benché i numeri dei contagi siano inferiori rispetto ad altri paesi, il Governo ha appena predisposto una serie di misure restrittive per “vietare assembramenti al chiuso” mobilitando nuovamente l’esercito per effettuare controlli e comminare sanzioni. Tali misure sono presentate all’opinione pubblica principalmente come “una stretta sulla movida”, esse hanno invece il risultato di ostacolare l’organizzazione del lavoro e sociale, e sono del tutto inefficaci per limitare il numero dei contagi.

Già a marzo e aprile le restrizioni delle libertà di movimento e di riunione hanno colpito duramente i lavoratori: le fabbriche e le aziende erano rimaste aperte, ma erano vietate assemblee e riunioni dentro e fuori le aziende, inasprendo una volta di più la mai sopita lotta di classe di questo paese, dividendo l’imprenditore aguzzino che voleva tenere la fabbrica aperta “a discapito” della sicurezza del lavoratore. Senza pensare che l’impiegato senza l’imprenditore non si impiega da nessuna parte, e che l’imprenditore gli ammortizzatori sociali non li ha.

Se vogliamo trarre un insegnamento dalla dura esperienza delle settimane di chiusura, esso è che le principali artefici della salute pubblica sono state le aziende organizzate e non le autorità costituite che spesso, invece, si sono rivelate essere parte del problema.
Pertanto oggi l’unica strada positiva da percorrere per fare fronte all’emergenza che ci dicono continui -quella sanitaria- e che si aggrava, quella economica e sociale, è favorire in ogni modo l’organizzazione e la mobilitazione dei lavoratori e delle aziende.

E’ probabile che i gestori subiscano pressioni, minacce e ritorsioni (multe, ecc.), ma è possibile fronteggiare ognuna di esse ricorrendo alla solidarietà e alla mobilitazione delle aziende che si organizzano e si mobilitano.
Ciò che bisogna evitare in ogni modo è cedere alla paura seminata ad ampio raggio dalla propaganda di regime e “autocensurarsi”, ad accodarsi alla tesi che “ogni assembramento è pericoloso allo stesso modo”.

Tenendo ben presenti le differenze fra quel periodo e la situazione attuale, oggi bisogna fare cose con lo stesso spirito di cui era animata la Resistenza al nazifascismo, decisi a liberare il paese dal virus che rende la vita impossibile a milioni di persone. Esso non è il Coronavirus, è la combinazione dello sfruttamento e della sottomissione a cui la classe dominante costringe il Paese con norme lontane da ogni buon senso.

Il vero momento critico sarà quello della prima parte del prossimo anno, quando le aziende prenderanno consapevolezza del fatto che occorrano interventi per assicurare la continuità aziendale.

Il problema è che noi non torneremo al punto di partenza, questo si sa. E in questo alcuni segmenti saranno avvantaggiati, e si ritroveranno naturalmente proiettati in una crescita oltre senza necessità di intervento (parliamo soprattutto delle multinazionali legate a doppio filo all’e commerce) mentre molte altre rimarranno al di sotto perchè, nel frattempo, i consumatori ed i clienti avranno cambiato i propri bisogni. Quindi non è questione di dimensioni dell’impresa, ma di settore. Abbiamo letto tutti di Zara che ha chiuso 1200 punti vendita, e ha creato anche un’esperienza di realtà aumentata self service integrata all’e-commerce. Questo è un cambiamento radicale, ne risentiranno i centri commerciali.

Poi c’è un altro aspetto, quello al quale dò maggiore rilevanza: usciremo da questa fase con maggiore debito.

Vi è poi lo smart working, e la transizione green, tanto beatificate entrambe ma con molti coni d’ombra. Per quanto riguarda lo smart working, ad esempio, una cosa che non dice mai nessuno ma che è palese a chi si occupa di aziende è: perché io imprenditore dovrei pagare un dipendente che non vedo mai -e per i quali quindi gli skill empatici e linguistici a poco nulla rilevano- scegliendolo sul mercato italiano e non, ad esempio, nei paesi asiatici, dove mi costa 30-40% in meno? Questa scelta debiliterà ulteriormente il nostro mercato del lavoro interno sempre a maggior vantaggio di quelli esteri, più competitivi e davvero più Smart. Per questo, ancora una volta, dovremo amaramente ribadire che alla fine saranno morte più persone di fame che non di Covid.

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