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Ma guarda un po’, sono debiti…

di Leonardo Mazzei.

Ma guarda un po’, sono debiti…

Questa la sensazionale scoperta dell’impagabile Federico Fubini, che sulle pagine del Corriere di qualche giorno fa scopre l’acqua calda sul Super-MES, pardon NextGenEU.

Alla vigilia della stesura degli autunnali documenti di bilancio – Nota di aggiornamento del DEF e Legge di Bilancio, cui si aggiunge quest’anno la bozza del Recovery Plan per attingere al fondo di cui sopra – il problema del governo sembra quello di come nascondere ciò che tutti sanno: che la cosiddetta “solidarietà europea” è fatta di prestiti, cioè di nuovi e giganteschi debiti per l’Italia. 

Una verità che mette in crisi la narrazione dominante, quella che da mesi si sforza di far credere che i soldi europei siano “aiuti”, mentre si tratta invece di un nuovo e più pesante guinzaglio. Una catena talmente forte da far perdere all’Italia quel poco di sovranità rimasta. 

Passata un’estate in cui si sono descritti i fondi predisposti dall’Unione Europea quasi come soldi da prendere gratis dal generoso tavolo di Bruxelles, arriva ora la verità autunnale. 

Le cose stanno come abbiamo sempre detto – del resto ad un prestito corrisponde sempre un debito – ma quanto scritto da Fubini la dice lunga sui batticuore del governo italiano.

Leggiamo:

Non sarà necessario per l’Italia presentare entro metà ottobre un piano già compiuto sui 209 miliardi di Next Generation EU, anche perché troppi dettagli restano da precisare a Bruxelles. Il più importante è apparentemente di natura tecnica, ma può avere profonde implicazioni finanziarie e politiche. La parte prevalente di “NextGenEU”, il Recovery Fund, non sarà infatti in trasferimenti diretti di bilancio ma in prestiti. A tassi quasi zero, rimborsabili in trent’anni e oltre, ma pur sempre prestiti. Per l’Italia questa parte vale circa 125 miliardi di euro nei prossimi anni. Il governo italiano ha dunque rivolto una domanda alla Commissione europea di recente: come vanno trattati sul piano contabile quei prestiti? Se andassero semplicemente aggiunti al calcolo del debito pubblico – uniti ai 28 miliardi del fondo europeo SURE per il lavoro – si arriva a 152 miliardi di oneri in più. È il 9% del prodotto interno lordo, che può diventare 11% nel caso si sommi anche il prestito sanitario del Meccanismo europeo di stabilità (MES). Il governo vuole dunque sapere se quelle somme vanno iscritte nella normale contabilità del debito pubblico – facendolo salire molto di più, quando già quest’anno sarà attorno al 160% del Pil – o possono essere trattate a parte.

Capite che cavalli di razza abbiamo a Palazzo Chigi e dintorni? Dopo decenni in cui si è drammatizzato il più piccolo zero virgola di debito in più, adesso il problema non è più il debito – che in quanto targato Europa si è anzi accettato di far crescere a dismisura – bensì la sua formale contabilizzazione. 

Ma il debito resta debito comunque lo si contabilizzi. Se la situazione non fosse drammatica ci sarebbe da ridere. 

Con l’accordo di luglio, l’oligarchia eurista guidata da Berlino ha lanciato all’Italia (ma anche alla Spagna) la nuova parola d’ordine: indebitatevi, basta che lo facciate con noi! 

Ovviamente con tutte le conseguenze del caso. Sapevano che sarebbe arrivato il signorsì, che anzi Conte e soci si sarebbero pure vantati del gran risultato…

Sulla disonestà intellettuale dei governanti italiani, e del giornalistume che li sorregge, possiamo tranquillamente fermarci qui. 

Ma c’era un’alternativa a questo disastro? Sì, c’era: il debito non andava aumentato, andava invece monetizzato come hanno fatto tutti gli Stati più importanti. 

Piccolo particolare, poiché la BCE mai e poi mai avrebbe accettato la monetizzazione, né l’accetterà in futuro, l’unica strada percorribile era ed è quella della riconquista della sovranità monetaria, dell’uscita dall’euro e dall’UE, di un’Italexit che prima avverrà e meglio sarà. 

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