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La tutela dei minori tra diritti e assistenza (Parte 3)

di Salvatore Di Grazia

(Continua dalla parte 2) Il giudice minorile non è un vero giudice perché non svolge, da “terzo”, attività istruttoria, cioè di accertamento delle prove. Questa attività ha luogo attraverso l’assunzione di “informazioni” e, addirittura di “valutazioni”. La loro più importante fonte sono le relazioni dei Servizi la cui attività si svolge nel dialogo segreto tra giudice e operatori sociali.

Come l’inquisitore anche il giudice minorile è un protagonista del processo che ricerca la verità non passando attraverso la contrapposizione dialettica tra le parti. Assume le deposizioni in segreto e non è tenuto a confrontare la sua ricostruzione della verità con quanto possono apportare gli avvocati dei genitori anche quando riguardano azioni foriere di gravi conseguenze come, ad esempio, la dichiarazione di adottabilità.

Nel processo minorile, come in quello inquisitorio questa limitazione dei poteri della difesa è giustificata con l’argomento che gli interessati potrebbero ostacolare la ricerca del “vero”. Il processo minorile con il suo carattere inquisitorio, dunque, si risolve in una partita a due, fra Servizi e giudice da un lato e il genitore. Questa assurdità, lesiva dei principi costituzionali, è giustificata dai giudici con la considerazione che il rito minorile, svincolato dalla rigidità delle forme di garanzia di difesa, è utile e necessario in questo tipo di giudizi . L’insofferenza dei giudici minorili, e più ancora dei Servizi sociali, riguardo alla valorizzazione del diritto di difesa è palese.

Da ciò nasce il fenomeno della malagiustizia: il giudice minorile non è un vero giudice perché si pone, al contempo organo giudicante e portatore dell’interesse superiore del bambino, che nella generalità dei casi è individuato, sulla base di una interpretazione ideologica o soggettiva, del giudice sempre basta su di una pedissequa e acritica accettazione delle valutazioni gli operatori sociali.

Le supposizioni, le idee, i sospetti degli operatori sociali diventano il presupposto obbligato per una decisione di un giudice che strappa i figli alle madri e ai padri, li porta via con la scusa di proteggerli. A tal proposito, Natalia Ginzburg, un’acuta indagatrice dell’animo umano, occupandosi con passione del caso di Serena Cruz, ha scritto: “Soprattutto dove ci sono bambini, chi ha il compito di occuparsene, si tratti di medici, magistrati o operatori sociali, a volte vede spettri”.

“Questo nasce non da una reale, ansiosa e intensa attenzione alla vita dei bambini e a una ferma volontà di proteggerla, ma nasce invece da un’idea astratta, asettica, rarefatta. È un’idea che proviene dalla mentalità che si chiude alteramente nelle proprie argomentazioni verbose, in un altro impasto di false cognizioni psicologiche”.

“Astrazione, spettri. Gli spettri, poiché esistono veri e gravi pericoli e i bambini li corrono di continuo, gli spettri vengono usati da medici, e giudici come una legittima e incontestabile arma di sostegno. Difficile è diventato distinguere tra la ragione e il delirio, fra la verità e gli spettri. Da simili accoppiamenti partono di frequente azioni fulminee, che distruggono famiglie e case”.

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