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Iniquità e ingiustizie per gli italiani: perché la “via Prodi” non deve essere seguita

Un’ipotesi che continua a tenere banco in queste ore, quella di un’intesa tra Movimento Cinque Stelle e Partito Democratico per dare vita a un nuovo esecutivo che porti avanti le riforme necessarie al Paese dopo la rottura arrivata con la crisi di governo innescata da Matteo Salvini. Idea rilanciata da Romano Prodi, che aveva detto la sua personalissima strada per arrivare alla nascita di una nuova alleanza: “Le basi di una maggioranza costruita attorno a un progetto di lunga durata, sottoscritto in modo preciso da tutti i componenti della coalizione. È un compito difficilissimo ma non impossibile”.

Il modello Prodi vedrebbe i due partiti convergere su una serie di punti comuni, a partire dall’Europa e dal ruolo dell’Italia, molto più vicina a Bruxelles. Una strategia che però non può funzionare, e che sarebbe alla base soltanto di nuove iniquità e ingiustizie. Non ci si può avvicinare all’Ue seguendo le indicazioni di chi, quando è stato a Palazzo Chigi, ha massacrato le imprese italiane elargendo di contro ampi regali alle multinazionali. E contributo alla nascita di una moneta, l’euro, inserito all’interno di un’architettura sbagliato che lo ha condannato fin dalla nascita. E che ha spinto il nostro Paese in una gabbia, quella europea.

Lo stesso Prodi aveva ammesso, in un’intervista rilasciata nel 2015, che l’ingresso nell’euro era stato un salto nel buio. La spinta era arrivata dalla Germania e da Kohl che aveva assicurato il premier italiano “Roma non è stata fatta in un giorno. Stai tranquillo, seguiranno altri passi importanti”. Sapeva benissimo, l’allora presidente del Consiglio, che il sistema così com’era non poteva funzionare e si sarebbe trasformato in un problema per il nostro Paese. Ma accettò lo stesso i rischi, convinto da chi oltre i confini forniva rassicurazioni vaghe.

Un pentimento, un’ammissione di responsabilità? Macché. Pur riconoscendo la genesi travagliata e iniqua del sistema Europa, Prodi insisteva già all’epoca per non invertire la rotta, convinto che il solco fosse tracciato e tornare indietro ormai impossibile. Riconoscendo, allo stesso tempo, come la Germania fosse “diventata il Paese più potente d’Europa anche grazie all’euro, al quale resterà sempre agganciata”. Un treno sul quale restare a bordo, secondo Prodi, al netto delle evidenti ingiustizie. Non può essere questa la strada da seguire per rilanciare il ruolo dell’Italia a Bruxelles.

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