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Trieste si ribella alla Wärtsilä: dalla fabbrica al porto, una città intera schierata a difesa dei lavoratori

Pubblicato il 18/08/2022 11:28

Dalle proteste al porto contro l’obbligo di Green pass al boicottaggio contro la Wärtsilä: ancora una volta la città di Trieste è scossa dalla rabbia di chi non riesce a voltare il capo dall’altra parte, a rimanere immobile di fronte alle ingiustizie. Tante le testimonianze di lavoratori stremati, decisi a lottare con tutte le loro forze. Cecilia Ferrara, sulle pagine del Domani, ha raccolto la voce di Christian Rella, iscritto Fiom, arrivato alla fabbrica “20 anni fa come gruista, ne cercavano uno esperto e io avevo già esperienza. Ero felice, pensavo che avrei fatto lì la pensione”. Anche lui è tra i tanti che da luglio è a rischio licenziamento.

La multinazionale finlandese ha infatti deciso di chiudere i battenti in Italia, abbassare definitivamente le saracinesche nello stabilimento di Trieste e riportare tutta la produzione in Finlandia, dove ha ricevuto fondi governativi per ampliare un impianto nella città di Vaasa. Da un mese, ormai, gli operai presidiano i cancelli, impedendo così l’uscita di pezzi finiti da recapitare ai clienti e, soprattutto, ostacolando qualsiasi tentativo di smantellare l’impianto.

La fabbrica, che produce grandi motori marini e per le centrali elettriche, aveva annunciato la volontà di chiudere lo scorso 14 luglio, con il territorio triestino che si è subito compattato contro la decisione. Secondo Sergio Razeto, presidente di Wärtsilä Italia fino al 2006, “il ritiro dei finlandesi non ha ragioni industriali, l’azienda è efficiente e dava ottimi risultati. Certo ci sono venti di crisi per la congiuntura economica, ma niente di preoccupante”.

“Se chiude Wärtsilä – ha spiegato Razeto a Domani – si perde un know how importante, il settore della motoristica in una nazione è un elemento fondamentale e strategico”. Inizialmente l’azienda aveva dato rassicurazioni, firmando un protocollo con la Regione per garantire la continuità sul territorio. Poi l’improvviso dietrofront, arrivato come un fulmine a ciel sereno: centinaia di operai, la maggior parte in età compresa tra i 30 e i 50 anni, si trovano oggi a dover lottare per difendere il proprio posto di lavoro, mentre il governo resta ancora una volta lontano.

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