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Tav, ecco come la ‘ndrangheta piemontese guadagna e detta legge sulla Torino-Lione

Tra i tanti motivi per cui è importante ribadire il No alla Tav ce n’è uno in particolare: quest’opera è in fortissimo odore di ‘ndrangheta. Una vicenda già emersa nel 2014 durante l’inchiesta ‘San Michele’ della procura di Torino e poi certificata a marzo dalla Cassazione nella sentenza di condanna, diventata definitiva, a carico di otto imputati.

La ‘ndrangheta dunque era – ed è – interessata ai lavori di costruzione della Tav Torino-Lione in Valle di Susa. Il processo (si tratta del troncone che si è svolto con il rito abbreviato) riguardava l’attività della ‘ndrina di San Mauro Marchesato a Torino e nel circondario.

La sentenza dedica un cenno a un tentativo di intimidazione ai danni di due proprietari di una cava ai piedi della Sacra di San Michele: l’obiettivo era evitare che sfrattassero un’azienda, la Toro srl, “vicina agli interessi della cosca nei lavori di costruzione della Tav Torino-Lione”. Il responsabile della ditta – condannato in primo grado in un altro filone del processo – nel 2011 aveva ottenuto in subappalto la posa dell’asfalto nel cantiere di Chiomonte.

La Cassazione dunque ci mette al corrente delle massicce infiltrazioni della ‘ndrangheta nei lavori e nei cantieri in Val di Susa. Al centro delle indagini appalti e subappalti sui quali gli inquirenti avevano puntato i riflettori; lavori entrati nel mirino di alcune ‘ndrine calabresi e le società di riferimento.

La presenza delle ‘ndrine in Piemonte è ormai un tumore cominciato da anni e ha prodotto le sue inevitabili metastasi. E il TAV è stato, è, e continuerà ad essere – fino a che non verrà fermato, stante il suo devastante impatto sotto il profilo economico ed ambientale – una fonte di interesse primario per le mafie, in particolare quelle calabresi, da almeno vent’anni a dettar legge in Piemonte, in Val d’Aosta e in Liguria.

Facendo un passo indietro, è importante ricordare quanto emerso da un’altra inchiesta, nel 2016. Un movimento “Sì Tav” con dietro la ‘ndrangheta e, in particolare, la cosca Raso-Gullace-Albanese originaria di Cittanova (Reggio Calabria) ma da anni operante in Liguria. Il magistrato Gaetano Paci affermò: “Dalle intercettazioni rileviamo l’interesse degli imprenditori prestanome della cosca a sostenere finanziariamente il movimento ‘Si Tav’ per creare nell’opinione pubblica un orientamento favorevole per quell’opera”.

Scrive il gip Barbara Bennato nell’ordinanza di custodia cautelare che ha portato all’arresto di 42 persone: “Sofio Orlando (uomo di fiducia del boss Carmelo Gullace, ndr), oltre a impegnarsi ‘politicamente’ per infiltrarsi nei lavori relativi all’infrastruttura, si è schierato a favore del movimento Sì Tav per accelerare l’inizio dei lavori”.

La torta miliardaria di quest’opera faraonica e discussa non sfugge agli appetiti delle cosche. Leggere il tracciato della Lione-Torino equivale, sinistramente, a sovrapporre il percorso alla mappa dei boss, delle famiglie mafiose e dei loro traffici criminali che, guarda caso, ruotano quasi tutti nel ciclo del cemento. Questa analisi è emersa dall’inchiesta denominata Minotauro.

Già la sentenza n.362 del 2009 della Corte di Cassazione aveva riconosciuto definitivamente “un’emanazione della ‘ndrangheta nel territorio della Val di Susa e del Comune di Bardonecchia”. Il percorso della Tav, dunque, segue quello delle cosche.

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