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Si è incartato: per Salvini conta solo Facebook, non la Costituzione

di Biagio Riccio

Salvini si è incartato ed anche malamente. Non aveva previsto quali fossero i rischi di una crisi parlamentare, perché ivi non ha una maggioranza, ne’ può conseguirla. È uscito battuto al primo confronto istituzionale, perché avrebbe voluto subito discutere della sua mozione di sfiducia, mentre il Parlamento ha votato un rinvio per il 20 agosto. Rendendosi conto che contro la sua proposta si sono uniti ed hanno stretto alleanza il movimento 5 Stelle con il Pd e Leu, ha sfidato, strumentalmente, i grillini a votare prima la legge costituzionale sul taglio dei parlamentari eppoi la mozione di sfiducia. Ma si è incartato e vediamo il perché.

1 – Salvini pensa solo a Facebook ed ignora i meccanismi istituzionali che sono di garanzia per tutti. Non si spiega per esempio perché non ha ritirato la sua delegazione ministeriale. In questo caso avrebbe costretto Conte a salire al Quirinale e dimettersi . Ha optato per la presentazione di una mozione di sfiducia, sbagliando completamente i conti. In Parlamento non ha alcuna maggioranza.

2 – Appena il 9 agosto ha incassato la fiducia sul decreto sicurezza bis e subito dopo ha notificato al movimento 5 Stelle la risoluzione contrattuale. Inspiegabile. Lo ha scritto Roberto D’Alimonte sulle colonne del Sole 24 ore. Forse l’unica motivazione di questa crisi è solo per questioni legate all’economia,ma non ha chiarito agli italiani quali siano i suoi progetti. Agisce di pancia, gli interessano i like e le visualizzazioni;in un paese democratico avviene diversamente: prima si indicano i progetti eppoi si chiedono i voti; non viceversa. Lui vuole i pieni poteri, a prescindere.Ma va a sbattere, come sta accadendo.

3 – Salvini ha provocato i grillini con i quali non aveva prima del marzo 2018 alcuna alleanza pre elettorale. Infatti non ha spiegato perché ha rotto il contratto, lasciando campo libero al movimento 5 Stelle di poter proporre e sostenere un governo di legislatura anche con il partito democratico, rientrato nel gioco per i suoi errori.

4 – Ha fatto irritare Mattarella ( si legga Marzio Breda sul Corriere della Sera di oggi, quirinalista ed attendibile da 40 anni su ciò che pensa il Colle),perché non si può strumentalizzare la legge costituzionale del taglio dei parlamentari che può andare in porto solo a seguito di un referendum, dal momento che non ha ottenuto i 2/3 dalle assemblee elettive. Infatti se seguissimo Salvini, entreremmo in un ingorgo istituzionale che non porta a nulla;l’ossimoro è:si vota la legge del taglio ai parlamentari ,si scioglie il Parlamento, ma si va a votare con quella attuale, congelandone gli effetti. Da qui l’irritazione del Capo dello Stato.

Trattandosi di una riforma costituzionale, cioè che modifica la Carta, serve una doppia lettura sia alla Camera che al Senato. A mancare è proprio l’ultimo passaggio. L’articolo 4 della stessa riforma stabilisce che le nuove regole si applicano «a decorrere dalla data del primo scioglimento o della prima cessazione delle Camere successiva alla data di entrata in vigore della presente legge”, il che significa che rimane in vigore l’attuale numero dei parlamentari. Le regole nuove si applicano dopo il primo scioglimento.

Ma vi è di più. Una volta pubblicata la legge in Gazzetta ufficiale, scattano i tre mesi previsti dalla Costituzione entro i quali 500 mila cittadini, cinque consigli regionali o un quinto di deputati o senatori possono chiedere un referendum per confermare oppure no la riforma. La consultazione è possibile solo se il disegno di legge è stato approvato da una maggioranza inferiore ai due terzi, come nel caso che ci riguarda.

Ad ottobre sarebbe ancora aperto il termine per chiedere il referendum. Si potrebbe andare a votare lo stesso,ma il taglio dei parlamentari non sarebbe applicato: verrebbero quindi eletti 315 senatori e 630 deputati. Ecco la strumentalizzazione non sopportata da Mattarella, docente universitario di diritto parlamentare.

5 – Con la sua strumentale proposta, Salvini ignora che se non ci fosse la richiesta del referendum si potrebbe votare non prima del febbraio 2020. E questo perché, scaduti i tre mesi per chiedere la consultazione popolare, dovrebbero passare 10 giorni per la promulgazione della legge e altri 60 per le ridefinizione dei collegi. Questo nel suo intervento al Senato non lo ha detto, né ai suoi su Facebook.

6 – Se invece il referendum si dovesse fare, i tempi si allungherebbero ancora di più. Dal momento dell’ultimo voto alla Camera, devono trascorrere 7 mesi e 10 giorni, a quali aggiungerne 10 per la promulgazione e 60 per le ridefinizione dei collegi. Si arriverebbe a giugno 2020. Neanche questo ha detto ai suoi su Facebook, moltitudine che non può sostituire né il Parlamento, né varare una Costituzione.

Ecco perché si è incartato ed è a digiuno di cose costituzionali. Vorrebbe votare domani, attraverso Facebook.

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