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Renzi continua la sua partita: rimescolare le carte. Il solito tanto rumore per nulla

Matteo Renzi continua nella sua partita: mandare in fibrillazione il governo Conte e provare a rimescolare le carte. Magari nella speranza di una sostituzione del premier con una figura come può essere quel Gualtieri di cui parla sempre positivamente. Non è un caso che ieri, intervenendo in senato, Renzi abbia voluto rimarcare il profilo europeista: il ministro dell’Economia viene dal rito di Bruxelles, ne è un sacerdote ed è ben intrecciato con gli euro-ambienti. A ciò si aggiunga, last but non least, che da Gualtieri passano le nomine pesanti delle partecipate, Enel in testa (quindi Starace, manager di cui il fiorentino vuole assolutamente la conferma).

Farà cadere il governo? Nel tardo pomeriggio di martedì tutto sembrava orientarsi verso una decisione choc del tipo ritiro dei ministri e appoggio esterno. A Palazzo Madama era questo il tam tam più insistente. Invece, qualche ora dopo, è stato lo stesso Renzi a smorzare, confidando però ai suoi che lo stress test contro Conte proseguirà con altri modi. Nella trasmissione di Bruno Vespa di fatto lo ha confermato: sfiducia al ministro Bonafede, via il reddito di cittadinanza, elezione del sindaco d’Italia (quindi premier eletto direttamente).

Nello schema di Renzi ci sono due punti fermi: la legislatura proseguirà fino alla fine, la golden share di Italia Viva sul governo Conte. Al quale non resta altra carta se non quella del gioco di rimessa da praticare con una pattuglia di “responsabili”, che verrà buona solo quando il gioco si renderà necessario. E si arriva così all’altro giocatore della sfida: Giuseppe Conte. Quanto può fidarsi del patto M5S-Pd? Oggi tanto; dopo il giro delle regionali chissà. Insomma, il fu avvocato del popolo rischia di pagare il prezzo di essere un premier senza partito.

Qual è la posta in palio in questa sfida molto teatrale e (finora) poco reale? È tutto ciò per cui Renzi si espose in estate autorizzando il governo con gli “odiati” nemici del Movimento Cinquestelle, la cui debolezza elettorale consentiva allora come oggi piccole spallate. Cosa c’è in palio, dicevamo. In primis, le nomine di quel sistema di potere vero che sono le big five Eni, Enel, Leonardo, Poste e Terna. E poi Anas e Ferrovie dello Stato, a seguire. Con tutta la loro rete fittissima di partecipate e controllate: 400 poltrone che fanno girare il sistema di… relazioni indispensabile per controllare il deep state italiano. Poi c’è la legge elettorale. E infine la successione di Mattarella al Quirinale.

Tanto basta insomma per mettere a soqquadro gli equilibri parlamentari e soprattutto irritare un Conte ormai chiuso nella difesa della sua posizione. Ci aspetteranno mesi frenetici e tutti concentrati nelle dinamiche di palazzo. Di ciò che realmente conta affinché l’economia reale e l’occupazione tornino a numeri più ottimistici non vi è traccia. E le fantomatiche “cure da cavallo” di cui ha parlato Conte rischiano di essere il solito vecchio bluff. La verità è che Palazzo Chigi è paralizzato da mesi su tutto: nessun vero dossier è stato istruito e nulla che impatterà sulla vita reale delle persone ha e avrà consistenza. Non è un caso che per alzare la testa e respirare al Movimento non sia rimasto altro che scendere in piazza sui vitalizi, cioè sull’ultima carta buona di un mazzo che ha perso valore.

Questo editoriale è stato pubblicato su Il Tempo del 20 febbraio 2020.

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