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“Perché dobbiamo pagare per poter pagare le bollette?” In cassazione la battaglia tra la cittadina e Tim

Tutte le imprese italiane per inviare la fattura delle prestazioni rese, si fanno carico di una certa spesa. Tutte le imprese tranne le compagnie telefoniche le quali addebitano al cliente i costi delle spese di incasso, incluso l’invio della bolletta.

L’argomento è diventato motivo di una serie di cause avviata nel primo decennio del duemila da circa 5mila abitanti del piccolo comune di Biella – divisi tra il centro e le frazioni di Sant’Antonio Casalini, San Cataldo, Bella-Muro – contro l’allora Telecom Italia e ad oggi prosegue arrivando in cassazione.

La questione è semplice: “perchè bisogna pagare per poter pagare?” La cifra di cui parliamo si aggira attorno ai 15/18 euro, e la tesi di principio difesa dai cittadini aveva convinto il primo giudice, ma non aveva destato stessa reazione da parte del tribunale a seguito del ricorso della Compagnia.

La vicenda non è finita lì, tiene ancora impegnata la giustizia italiana giungendo fino in cassazione (già con tre sentenze). Adesso è la Tim, che ha rilevato i rapporti di Telecom e che per tre volte è uscita sconfitta, a doverne fare i conti.

A causa di problemi ‘tecnici’ nel presentare ricorso, la compagnia telefonica è stata condannata a pagare un totale di 42 euro di risarcimenti e qualche migliaio di euro per le spese legali oltre che per i propri avvocati. Insomma, sia cittadini che la Compagnia tengono fermo il loro principio. Sicuramente accettare di restituire i soldi sarebe costato molto meno, ma avrebbe rappresentato per l’azienda telefonica un precedente pericoloso verso milioni di utenti.

Non sorprende il fatto che le grandi imprese siano quelle agevolate a discapito degli utenti che devono pagare più di quanto dovrebbero. Quando si riuscirà a garantire la tutela dei cittadini contro gli utili delle multinazionali?

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