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“Mi avete crocifisso, mi avete consegnato alla mafia”. La verità su Falcone e sulla retorica delle celebrazioni

Pubblicato il 24/05/2022 10:36

Una figura, quella di Giovanni Falcone, diventata simbolo della lotta alla mafia, celebrata in queste ore nel trentesimo anniversario della strage di Capaci. Raccontata dall’ex magistrato Claudio Martelli in maniera inedita, in un libro nel quale sono sottolineate anche le invidie e i veleni che da più parti venivano gettati addosso al giudice finché era in vita. Il Corriere della Sera ha pubblicato in queste ore un estratto di “Giovanni Falcone: vita e persecuzione”, nel quale si raccontano dettagli inediti della vita di Falcone.

“Il delitto Lima – si legge – non faceva ridere Falcone. Per niente. L’assassinio del referente siciliano del presidente del Consiglio Giulio Andreotti, molto chiacchierato per i presunti rapporti con la mafia, segnò l’inizio della stagione del fuoco mafioso dopo la sentenza della Cassazione che aveva confermato l’impianto del maxi-processo istruito proprio da Falcone e dal pool antimafia. ‘Dopo l’omicidio – racconta Martelli – mi disse con aria preoccupata: Adesso può succedere di tutto’. E in precedenza, quando gli avevo chiesto se Lima fosse mafioso come si vociferava, mi rispose: ‘Questo non posso dirlo. Aveva dei rapporti con la mafia di Bontate, ma non era un affiliato’. Evidentemente era quanto gli aveva riferito Buscetta, e lui è sempre stato molto scrupoloso prima di trasformare le affermazioni in accuse”.

Falcone dovette subire attacchi e accuse dall’interno del mondo istituzionale, a partire dalla magistratura che, all’inizio del 1988, dopo la sentenza di primo grado del “maxi”, gli negò la nomina a consigliere istruttore di Palermo: “Fu una decisione gravissima – ha spiegato Martelli – perché non si trattò solo di una bocciatura bensì di una retrocessione. Al suo posto fu scelto un magistrato più anziano, Antonino Meli, che non s’era mai occupato di mafia, con l’obiettivo di distruggere l’opera di Falcone, attraverso lo smembramento delle inchieste antimafia e la negazione della struttura unitaria e verticistica di Cosa nostra. Additando lui come un’anomalia da rimuovere”.

Dopo la bocciatura, “Falcone disse a chi l’aveva sostenuto inutilmente nel Csm: ‘Mi avete crocifisso, mi avete consegnato alla mafia’. Dietro quell’operazione, non c’erano solo invidie e gelosie professionali per un magistrato ingiustamente accusato di arrivismo e protagonismo, ma una raffinata “strategia per distruggere il suo lavoro. Da parte di chi? Del partito del potere siciliano, di cui la magistratura era una componente. E poi pezzi di politica e dell’imprenditoria. Del resto, tutto comincia con il procuratore generale che nel 1982 va da Rocco Chinnici, allora capo di Falcone, per chiedergli di fermare quel giudice che metteva in pericolo l’economia locale. Bisognava mantenere il quieto vivere con la mafia. Ed è una cosa che io ho rivissuto nel 1992, prima e dopo la strage, quando sentivo dire: ma che pretesa è quella di fare la guerra alla mafia? Perché?”.

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