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La via della seta ci trasformerà in una grande Chinatown Italia

di Gianluigi Paragone

L’inizio è stato con la Via della Seta ed era giusto che i rapporti con la Cina avessero un consolidamento importante in termini di opportunità commerciali. Però i nodi di quella accelerazione politica ora stanno diventando più evidenti e più complicati, quasi una infatuazione politica che rischia di creare confusioni: i medici dalla Cina, gli aiuti e le mascherine dalla Cina, i soldi dalla Cina…

Senza una valutazione critica ed oggettiva sulla Cina, la Via della Seta rischia di diventare una via della grande Chinatown Italia, una traversa di piazza Equilino a Roma, un incrocio con via Paolo Sarpi per chi è pratico di Milano o una strada delle Industrie in quel di Prato, primo distretto produttivo mangiato dalla comunità cinese sotto gli occhi indisturbati dei più. Eh sì, perché se non aggiustiamo un po’ il tiro il rischio è che la solita retorica del politicamente corretto diventa un lubrificante per far meglio entrare il Dragone nel nostro tessuto produttivo, economico e finanziario.

Quando il Covid-19 ha fatto la sua comparsa in Italia dopo le notizie che arrivavano da Wuhan, nel Palazzo partì la rincorsa a debellare ogni paura o ogni diffidenza verso le comunità cinesi: il capo dello Stato Mattarella fece visita alla scuola elementare Daniele Manin nell’Esquilino, il sindaco di Firenze Nardella abbracciò un cinese per dimostrare che il virus del razzismo fosse più pericoloso del Coronavirus, il Pd scriveva appelli a non disertare i ristoranti cinesi e così via. Insomma era tutto un volemose bbene, un non discriminiamo.

Esattamente come accadde nei decenni scorsi quando, mentre noi ci beccavamo sulle beghe politiche, il monolite della comunità cinese si innervava nelle città strategiche comprando pezzi di quartieri. In silenzio, sotto traccia. Più la crisi dei settori commerciale, industriale (innanzitutto tessile) e immobiliare, stringeva come un cappio gli italiani – strozzati da banche e fisco -, più uscivano dal buio i compratori cinesi i quali sembravano immuni da crisi di liquidità e da controlli della Guardia di Finanza, a tal punto che i blitz delle Fiamme Gialle diventavano notizie.

La crescita delle nostre Chinatown è avvenuta progressivamente con l’acuirsi delle crisi: quando Edoardo Nesi raccontò l’epopea della sua famiglia di imprenditori in Storia della mia gente, il tessile di Prato aveva già cambiato identità; quando i commercianti della vecchia via Paolo Sarpi cominciavano a cedere immobili e attività, gli acquirenti erano solo cinesi. Una strategia precisa di invasione e di conquista di punti precisi delle città, una specie di punto d’appoggio dove collocare il fulcro e azionare la leva di sfondamento. Liquidità finanziaria, invisibilità verso l’esterno e compattezza all’interno sono stati i loro punti di forza, in barba a qualsiasi dibattito sulla integrazione; al contrario di quel avveniva sul fronte politico italiano dove le chiacchiere sul tema si sprecavano.

Lo stesso ma con proporzioni decisamente superiori accade ora nei rapporti tra Italia e Cina: la leva è tutta a loro vantaggio, perché noi abbiamo bisogno di uscire dal soffocamento che i mercati generano di continuo, loro no. Così, una classe politica si è convinta di aver trovato nel governo di Pechino l’alleato giusto. Il Dragone non è e non può essere il sostituto dello Zio Sam (non fosse altro perché criticare lo zio Sam è un diritto riconosciuto e praticato abbondantemente): la Cina entrerà progressivamente nello scenario del Mediterraneo con la stessa logica con cui è entrata nel Wto, l’Organizzazione mondiale del Commercio, cioé creando situazioni di vantaggio competitivo mai sanate; con cui ha conquistato con i suoi fondi le economie dell’Africa Nera piuttosto che dell’Oceania o dei paesi asiatici satelliti.

Chi pensa di poter liberarsi dallo strangolamento della UEG (l’Unione Europea Germanica) grazie agli aiuti cinesi, forse non ha chiaro che Pechino ha scelto la Germania come vero interlocutore nel Vecchio continente e utilizzerebbe l’Italia come mero hub nel mediterraneo, partendo dalla conquista dei nostri porti (che guarda caso la Commissaria Vestager è prossima a liberalizzare).

La Cina sta applicando su scala nazionale lo stesso criterio di conquista con cui si è impossessata delle città: liquidità e pazienza, nel giusto mix tra l’azione politica di Xi Jinping e la filosofia di Confucio. 

Quando ciò accadrà allora Via della Seta sarà una strada come altre nella Chinatown Italia. A quel punto ci ricorderemo che gli americani in fondo non erano così male… 

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