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FCA, la produzione delle citycar passa alla Francia. Cronaca di un tradimento annunciato

Ci sono delle volte in cui sarebbe meglio aver sbagliato, questa è una di quelle.

Come aveva -purtroppo- ben anticipato il senatore Gianluigi Paragone, alla fine sono stati fatti gli interessi della grande azienda a discapito dei cittadini e della nostra economia. Stiamo parlando del gruppo Fiat Chrysler Automobiles, che ha ‘cavalcato l’onda’ dell’occasione del decreto liquidità grandiosamente per scendere a ‘ricatti’con il Governo. La sostanza era: “No garanzia? Allora non investiamo qui”.

Così l’esecutivo, che ben si presta a certe dinamiche, ha alzato il pollice e chinato la testa, con la scusante “solo così possiamo assicurarci che rispettino i patti”. Proprio perchè si tratta di una somma ingente, la trattativa ha richiesto la regolazione con un decreto.
Gualtieri aveva assicurato la presenza nel decreto ministeriale di almeno tre impegni che la multinazionale avrebbe dovuto assumersi con l’Italia, pena la perdita della garanzia, per concentrare sul nostro territorio le ricadute dell’aiuto”.

6,43 miliardi di euro di finanziamenti erogati dalla banca Intesa San Paolo, hanno ottenuto il via libera grazie alla responsabilità (sottoforma di garanzia) assunta dallo Stato. Il sito automoto.it lo definisce come “il più grande prestito statale d’emergenza ad un costruttore europeo”.

Nel frattempo arriva fresca la notizia -che riprendiamo dal sito autoeveryeye.it- che “FCA (con una lettera scritta in inglese) ha interrotto i rapporti con molti fornitori terzi dell’indotto italiano. Indotto “pari a circa 18 miliardi di euro”. “Nello specifico FCA ha chiesto di interrompere immediatamente tutte le attività di ricerca, sviluppo e produzione per le auto più piccole del brand, che da ora in poi verranno costruite con il ‘modello francese’”.

Morale della favola: su un piatto della bilancia troviamo il ‘fruttuoso lavoro del governo nelle trattative’, 6,43 miliardi di prestiti alla grande azienda (con sede legale e sede fiscale ad Amsterdam e a Londra), di cui lo Stato -italiano- si fa da garante; sull’altro troviamo la cancellazione dell’indotto italiano che finora ha interessato “58.000 operai, circa 1.000 imprese differenti e un volume d’affari pari a circa 18 miliardi di euro”.

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