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“Ecco perché la Costituzione non autorizza l’invio di armi”. Giuliano Amato smentito da 4 costituzionalisti

Pubblicato il 06/06/2022 17:41

Il presidente della Corte costituzionale, Giuliano Amato, è tornato a parlare in pubblico in merito alla guerra in Ucraina, all’invio di armi a Kiev ed, nondimeno, ai profili giuridici delle scelte operate dal Governo italiano. Non c’è bisogno di dire che, secondo il massimo esponente della Consulta, tutto ciò che Draghi & co stanno facendo è perfettamente legittimo. In verità, ci saremmo stupiti del contrario. Eppure non tutti gli esperti di Costituzione sono d’accordo con lui, anzi, tutt’altro.
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L’interpretazione di Giuliano Amato sull’invio di armi

Andiamo al sodo, secondo Amato: «Per l’articolo 11 l’Italia ripudia la guerra come mezzo per risolvere le controversie, ma non la ripudia in assoluto. La Costituzione prevede il sacro dovere di difendere la patria. E poi ci sono i vincoli assunti in sede europea e internazionale: il dovere alla solidarietà verso i membri dell’Unione europea aggrediti da altri e la clausola di solidarietà tra i Paesi membri della Nato». Dunque, nihil sub sole novum: l’Ucraina deve essere aiutata con le armi (pur non essendo membro né dell’Ue né dell’Alleanza atlantica), soprattutto in virtù del principio della “solidarietà umana”.
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L’interpretazione di Michele Ainis

Il Fatto Quotidiano, nell’edizione odierna, ha discusso l’interpretazione di Amato con quattro tra i più autorevoli giuristi italiani. Dal confronto sono emersi, però, alcuni aspetti critici. Secondo Michele Ainis «una condizione di cobelligeranza – come è di fatto quella dell’Italia che rifornisce di armi
un paese in guerra – difficilmente può essere coperta dall’ombrello dell’articolo 11, soprattutto se si vuole interpretare lo spirito e la mentalità dei costituenti che hanno scritto quella norma”. Ma non è tutto. Ainis entra ancora più nello specifico, analizzando alcuni tecnicismi: «Credo che le letture evolutive dell’articolo 11 siano lecite, ma deformanti. Amato dice la nostra non è una Costituzione pacifista: è vero, la guerra è disciplinata in 6 norme costituzionali e la Carta ammette la guerra difensiva. Ma l’equivoco è sul perimetro di questa guerra difensiva. Evidentemente i costituenti si riferivano a una guerra condotta sul territorio italiano contro un aggressore esterno. L’idea che invece si possa giustificare l’intervento italiano in un conflitto tra altri due contendenti non regge: a quel punto, se intervenissimo ogni volta che uno Stato ne aggredisce un altro, dovremmo entrare in guerra con mezzo mondo. Per le norme costituzionali, l’unica difesa legittima è quella del territorio e della popolazione italiana».
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L’interpretazione di Lorenza Carlassare

Anche Lorenza Carlassare si trova completamente d’accordo con Ainis, e perentoriamente sostiene che «L’articolo 11 impedisce il commercio di armi con paesi in guerra. La guerra difensiva è contemplata, sì, ma esclusiva mente in difesa del proprio territorio, non dei territori altrui in giro per la terra. Altrimenti dovremmo partecipare ai conflitti in tutto il mondo. L’articolo 11 è uno dei meno rispettati della nostra Costituzione, lo spirito dei costituenti è stato tradito».
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L’interpretazione di Gaetano Azzariti

Gaetano Azzariti, invece, affronta la questione da un’altra prospettiva. Secondo il giurista «la vera domanda che io mi porrei è se inviare la armi all’Ucraina possa essere lo strumento per raggiungere il fine costituzionale del ripudio della guerra, così come prescritto dall’articolo 11». Ma i fatti, chiaramente, sembrano dimostrare il contrario. «A me pare ovvio che la risposta sia negativa. Bisogna quindi che si affermi la solidarietà internazionale come obiettivo strategico e si ricerchino tutte le vie possibili per un accordo diplomatico. Lo dice il diritto e lo dice anche il Papa».
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L’interpretazione di Massimo Villone

Dal canto suo, Massimo Villone fa un po’ la voce fuori dal coro, ponendo comunque alcuni dubbi sull’operato del Governo: «Io non ho mai pensato che la Costituzione italiana fosse pacifista a prescindere, né ritengo che ci sia una preclusione all’invio di armi. Ci sono però due problemi delicati: il primo è la sostanziale emarginazione del Parlamento nelle decisioni su questo punto, che considero inaccettabile. Il secondo è che bisogna porre molta attenzione affinché il diritto di difendersi non si traduca in un diritto di attaccare. L’ aiuto a uno Stato aggredito non deve diventare strumentale a un attacco allo Stato aggressore».
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Insomma, il Presidente della Corte Costituzionale non trova molti riscontri sulle sue posizioni, né tra i giuristi, né tra la popolazione, la quale in buona parte si è sempre schierata contro l’invio delle armi, così come fatto dal gruppo politico di Gianluigi Paragone, Italexit, che ormai da settimane porta avanti una raccolta firme su questo tema attraverso i propri banchetti in tutte le maggiori province italiane.

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