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DL Ucraina. Draghi ne ha abbastanza? Il nuovo retroscena che potrebbe cambiare tutto

Mario Draghi si sarebbe davvero stancato delle continue divisioni all’interno della maggioranza e starebbe pensando alle dimissioni, secondo quanto riportato dal sito Dagospia in un retroscena. La goccia che ha fatto traboccare il vaso sembra essere proprio lo che vi andiamo a raccontare. Il duello tra Draghi e Conte sull’aumento del 2% delle spese militari ha fatto emergere alcune dinamiche molto interessanti per quanto concerne il momento politico attuale. A singolar tenzone si è tenuto lo scontro tra l’ex Premier e l’attuale Premier, proprio come usavano fare i cavalieri medievali.
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I sussurri di Conte

Giuseppi Conte si sarebbe avvicinato silenziosamente all’orecchio del Messer Draghi, sussurrando parole al veleno: «Siccome siamo il partito di maggioranza relativa alla Camera e al Senato, caro Mario valuta bene il no del M5S, un no che si può ritorcere contro di te». Di tutta risposta l’impavido Draghi, probabilmente preparatosi in anticipo, ha tirato fuori al volo il suo famoso ghigno, assieme ai resoconti di quando Conte era Premier.
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Ma l’Avvocato voleva “fare di più”

Come riportato su “la Repubblica”, una breve ricostruzione dei fatti ci sovviene propedeutica: l’impegno a portare gradualmente le spese militari al 2 per cento del Pil non è una risposta occidentale all’invasione dell’Ucraina. Nasce almeno tre lustri fa e nel 2019, guidando l’alleanza giallo-rossa, fu l’allora premier Conte, al summit Nato di Londra, a mettere la sua firma in calce alla dichiarazione finale che impegnava l’Italia ad aumentare le spese militari al 2% del Pil. “We must and will do more”. Dunque, sembra proprio che sia stato il fu Avvocato del Popolo a dire per primo «dobbiamo fare di più».
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Come tirarsi la zappa sui piedi

Sempre “la Repubblica” segnala che, a quanto pare, il governo Conte aveva addirittura aumentato la spesa militare più di quanto fatto dal governo Draghi. Un calcolo che una manina di palazzo Chigi si è premurata di mettere nero su bianco proprio nella giornata di ieri. L’arma viene subito e impietosamente utilizzata dal prode Cavalieri del casato Draghi: “i governi dell’Avvocato fecero lievitare le spese militari del 17 per cento, con il governo Draghi questa voce del bilancio registra un aumento del 5,6%”. Incassato lo scossone, il Messer Giuseppi ha così replicato: «Non è una richiesta dei 5Stelle, è la richiesta del popolo italiano», non rendendosi forse conto del fatto di aver fornito un’ulteriore arma affilata al suo contendente, che infatti ha subito ribadito: «allora non romperò l’impegno sottoscritto da Conte nel 2019 con la Nato! Informerò subito il Capo dello Stato».
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Draghi sale al colle

Salito al Quirinale, Draghi è stato accolto da un sornione Mattarella: “vediamo”, “non penso”, “se molti 5Stelle voteranno contro, una parte voterà a favore…”. Una parte chi? Le notizie erano già giunte dallo scudiero presidenziale, il segretario generale Ugo Zampetti, che nel frattempo aveva ricevuto confortanti rassicurazioni dall’amazzone Giorgia Meloni. Nel duello con il premier, infatti, Messer Conte aveva mostrato non poca irritazione per il parere positivo dato da Fratelli d’Italia sull’ordine del giorno, palesando il proprio essere favorevole all’aumento delle spese militari.
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Pesante è lo scudo del prode Cavalier

Non senza conseguenze, provato dalla cruenta battaglia, un ammaccato Draghi è tornato mogio mogio dal flop post-Colle. L’aver dovuto scaricare il fardello pentastellato nelle mani di Sergio Mattarella lo ha colpito nel profondo. Le voci di corridoio raccontano di un Draghi stressato, che senza la guerra, forse, avrebbe già abdicato al suo ruolo di Premier. Sembra che l’ex banchiere non sia per nulla certo di arrivare seduto a Palazzo Chigi fino al voto del 2023.
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Magari, se mai si raggiungerà la pace tra Russia e Ucraina, con gli alfieri del vitalizio messi al sicuro (a settembre), il prode Cavalier Draghi abdicherà abbandonando tutti al loro infausto destino, lasciandogli l’onere di risolvere tutte le magagne da lui create. Ce lo auguriamo.

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