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“Di Matteo lo ammazzano”. Boss intercettato, paura per il giudice

“Anche il giudice Di Matteo lo ammazzano. Gli hanno già dato la sentenza”. A riportare le inquietanti parole pronunciate del capomafia Gregorio Bellocco, capo della cosca di Rosarno, che nel carcere di Opera, durante l’ora di socialità con Francesco Cammarata, è Il Fatto Quotidiano. Il dialogo tra i due sarebbe avvenuto la mattina del primo giugno scorso. L’argomento di discussione principale tra i mafiosi era la notizia della scarcerazione di Giovanni Brusca, collaboratore di giustizia tornato in libertà dopo aver scontato interamente la propria pena. (Continua a leggere dopo la foto)

“Il progetto di morte contro il magistrato Nino Di Matteo certamente resta operativo”. Così affermava nel novembre 2017 il Gip di Caltanissetta nell’ordinanza di archiviazione dell’indagine sull’attentato. Quattro anni dopo c’è un nuovo allarme per il magistrato impegnato nella lotta alla mafia. Le attuali dichiarazioni di Bellocco vengono sentite da un agente del Gom e le stesse vengono riportate nella relazione inviata al Dipartimento amministrazione penitenziaria. Così vengono attivate le due procure competenti: quella di Reggio Calabria e quella di Palermo. (Continua a leggere dopo la foto)

Perché il boss di ‘Ndrangheta è intervenuto in quel modo? Ha saputo qualcosa dall’esterno? Antimafiaduemila.com scrive: “Sempre dal carcere Opera di Milano, nel 2013, il boss Totò Riina, intercettato, diceva: ‘Ed allora organizziamola questa cosa. Facciamola grossa e dico e non ne parliamo più… Perché questo Di Matteo non se ne va, ci hanno chiesto di rinforzare… gli hanno rinforzato la scorta, e allora se fosse possibile… ad ucciderlo… un’esecuzione come eravamo a quel tempo a Palermo’. Una vera e propria sentenza di morte”. (Continua a leggere dopo la foto)

Un anno dopo il collaboratore di giustizia Vito Galatolo, ex boss dell’Acquasanta, confermò l’esistenza del piano per uccidere l’allora pm di Palermo, programmato già dal 2012. L’ordine, messo a verbale, arrivò direttamente dal superlatitante Matteo Messina Denaro, con alcune lettere inviate ai boss di Palermo nel dicembre del 2012. Il motivo per cui il pm doveva essere ucciso: “Si era spinto troppo oltre”. L’esplosivo per compiere l’attentato, 150 chili di tritolo, fu acquistato con una colletta e che una parte proveniva dalla Calabria. (Continua a leggere dopo la foto)

Le dichiarazioni di Bellocco dimostrano che anche sul fronte calabrese vi è la consapevolezza di quel progetto di morte contro Di Matteo, oggi consigliere togato al Csm. Non è possibile ora abbassare la guardia. Piena solidarietà al giudice Di Matteo.

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