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Crollo degli ordini e merce invenduta. Così il governo lascia morire la filiera alimentare

Crollo delle vendite, dei prezzi e degli incassi: l’ortomercato di Milano in via Lombroso è in crisi. Non parliamo di un mercato qualsiasi di una delle piazze italiane. Parliamo di un mercato dove vengono commercializzati “un milione di tonnellate di prodotti l’anno”.

Il disastro interessa soprattutto il settore della carne e delle arance. Basti pensare che dai “600-700 chili di carne al giorno che lavoravamo”, siamo passati ai “10 chili” di oggi, racconta Giuseppe Bianchi, uno dei macellatori del mercato. 

Un ridimensionamento delle cifre che fa rabbrividere e che ovviamente non limita i danni al solo ortomercato di Milano. “L’altro giorno mi ha chiamato un allevatore: ‘Dammi una mano…’ e io: ‘Cosa devo fare? Non so a chi venderla’. Le bestie non si macellano, ma a un certo punto la crescita si ferma e se non hai da venderle comunque devi nutrirle e quello costa”.

Il concetto che sta dietro il disastro di cui il governo -alla luce della seconda ondata di restrizioni- non si è ancora reso conto (non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire): le imprese non solo non vendono, ma continuano a spendere. 

La filiera è una catena immensa, dove ciascun anello è essenziale e indispensabile agli altri. C’è tutto un sistema dietro alla cassetta di frutta o verdura, che va dal coltivatore in Sicilia fino al negozio sotto casa o al ristorante del quartiere. “Il punto è che è saltata la filiera. Da noi si serve un noto bar del centro, ogni settimana venivano e si prendevano 100 colli di arance per le spremute, a volte anche due volte a settimana: la settimana scorsa mica si sono visti, questa nemmeno”, racconta Matteo Piazzola il quale a sua volta, non ricevendo ordini, non ordina la frutta da giù. 

La cosa peggiore è vedere i prodotti guastarsi nell’attesa e nella speranza che siano venduti. Alle prime luci dell’alba i viali che costeggiano i punti vendita sono semivuoti, mentre “in un periodo normale ti metti in fila e aspetti, aspetti, è un viavai continuo…”, racconta Glauco Marras, presidente Nazionale Fir (Federazione italiana ristorazione). Così la merce resta invenduta. 

 È vero che non si smette di mangiare, ma “chiusure e regole non hanno lo stesso effetto per tutti”. Il crollo delle vendite e degli incassi di questo tipo di realtà si contrappone brutalmente alla fortuna delle app di delivery o dei super guadagni di super e ipermercati. “Non solo per ogni ordine che si fa con i delivery il 35% della cifra va alla piattaforma” e con il lockdown i guadagni sono aumentati, ma “hanno anche aumentato le commissioni”, si arrabbia Lucia D’Errico della Federazione italiana ristorazione. 

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