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“Ci si può reinfettare ogni 3 mesi?” Il grande “giornalone” prova a spiegare il fallimento “dell’immunizzazione”

È possibile riprendere il Covid infettandosi anche con le sottovarianti Omicron. La clamorosa “scoperta” arriva direttamente dalle pagine del Corriere della Sera. Tra le righe di un articolo che ha più le sembianze di una colossale arrampicata sugli specchi piuttosto che di un “pezzo” giornalistico, ecco spuntare sornione il sempiterno Pregliasco, che tenta di arrabattare una spiegazione sul perché ci si possa ricontagiare, nonostante tutto.
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Possibile reinfettarsi

«Prendere due (o più volte) il Covid è raro ma possibile: a livello statistico le reinfezioni ufficiali sono monitorate dall’Istituto Superiore di Sanità (Iss) che considera automaticamente «reinfezioni» i casi di persone tornate positive a 90 giorni dalla prima diagnosi. Secondo l’ultimo monitoraggio, pubblicato venerdì in Italia, la percentuale di reinfezioni sul totale dei casi segnalati risulta pari a 5,8%, in aumento rispetto alla settimana precedente (il cui valore era 5%)». Così recita in apertura l’articolo esplicativo del Corriere della Sera.
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Colpa delle varianti

Ovviamente la colpa è delle varianti, che creano non pochi problemi a quella che ancora oggi viene definita impropriamente “immunizzazione”: «La formidabile contagiosità di Omicron è una delle variabili da cui dipende il rischio di reinfezioni (la fondamentale). Le altre riguardano: quale vaccino si sia fatto, quale booster, da quanto tempo, con quale variante ci si sia infettati la prima volta, come reagisce l’organismo. In particolare, ogni variante di preoccupazione segnalata finora ha aumentato la sua capacità intrinseca di contagiare e, quindi, di sfuggire a immunità precedenti», spiega il giornalista.
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Entra in gioco Pregliasco

Ecco allora entrare l’artiglieria pesante, affidando a Fabrizio Pregliasco, nota virostar da salotto televisivo, la spiegazione scientifica dei dati in questione: «Diciamo che questo virus ci dimostra la sua capacità evolutiva che è quella di incrementare la sua contagiosità. La sua instabilità gli sta permettendo di evolvere in nuove varianti che facilitano la capacità di saper “scappare” sia dall’immunità conferita dalla malattia, sia da quella data dalla vaccinazione». Sull’aumento di contagiosità delle nuove varianti, il virologo sottolinea: «C’è una differenza consistente espressa ogni volta (da Alfa a Delta a Omicron) nelle caratteristiche dell’antigene, in particolare della Spike: questo è un po’ l’elemento che ci preoccupa, è la stessa cosa che viviamo negli antigeni dell’influenza: ogni anno aggiorniamo il vaccino e una quota di persone che hanno subito l’infezione nel passato ritornano a essere suscettibili. C’è quindi la necessità di rinforzare le difese immunitarie con richiami vaccinali aggiornati». Per Pregliasco, dunque, si prospetta una vita fatta di decine, se non centinaia, di richiami vaccinali.
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Tutto merito dei vaccini

Quindi, se l’influenza si può prendere circa una volta all’anno, il Covid attualmente si può prendere anche ogni tre mesi: «Sì, questa è la conseguenza del vantaggio evolutivo del virus di cui abbiamo parlato. In questa fase è legata anche alla grande quota di infetti che circolano: con l’influenza abbiamo raggiunto un equilibrio, la quota di suscettibili non è molto elevata». Non manca ovviamente la filippica sui vaccini: «Sicuramente chi non è vaccinato rischia di più, o chi ha fatto il vaccino da molto tempo, o chi non si è mai ammalato di Covid. Il soggetto più “resistente” è l’infettato-vaccinato, poi ci sono alcune caratteristiche genetiche personali ancora oggi non completamente conosciute (e questo lo vediamo per tante malattie, come l’epatite C e l’Hiv), legate alla capacità della risposta cosiddetta cellulare, che fanno la differenza individuale». Peccato che i dati dell’ISS mostrino esattamente il contrario
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Allarme!

Il virologo, contro ogni tipo di evidenza, continua a tenere alto l’allarme: «Il vantaggio evolutivo del virus è quello di andare verso la maggior contagiosità e non verso la maggior letalità. È esagerato, però, dire che il virus si è “raffreddorizzato”: alcuni dati ci dicono che si e ridotto di 1/3 rispetto alla patogenicità precedente di varianti come Delta, ma il minor impatto sulla gravità della malattia è legato soprattutto alla diffusione della vaccinazione». Una vaccinazione, peraltro, riconosciuta da molti suoi colleghi come obsoleta e totalmente inutile rispetto alle varianti attuali.
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The virologist of the University of Milan Fabrizio Pregliasco at the Novegro vaccination hub where he has administered doses of anti covid vaccine to Lombard citizens, Novegro, near Milan, Italy, 6 May 2021.ANSA/DANIEL DAL ZENNARO

Una vita di punture

Sul fantastico futuro secondo le virostar, ecco che Pregliasco lancia la sua personale profezia: «Purtroppo sarà come con l’influenza, cioè dovremmo considerare la necessità di richiami vaccinali periodici (speriamo su base annuale, anche in termini di praticità). Mi immagino una campagna vaccinale sostanzialmente sovrapponibile a quella dell’influenza e una convivenza col virus che ci dovrà portare ad avere un atteggiamento “ragionevole” nel valutare i comportamenti da prendere, con un’arma fondamentale in più che sono i farmaci antivirali». Secondo il professore, dunque, più una cosa non funziona e più sarebbe meglio continuare a farla a ciclo continuo. Un vero luminare della pianificazione strategica.

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