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La scoperta di una ricercatrice precaria italiana per bloccare il cancro alla colecisti

Dopo la storia della ricercatrice precaria che ha isolato il Coronavirus, ecco un’altra vicenda assai simile. Che non può che farci esultare per la straordinarietà delle nostre eccellenze e al tempo stesso farci imbufalire per uno Stato che non riesce a valorizzarle e a premiarle come invece dovrebbe. Stavolta siamo in un ambito ancora più delicato, ed è quello del cancro alla colecisti. Approfondendo i meccanismi molecolari alla base della sua elevata malignità, i ricercatori dell’Irrcs de Bellis di Castellana hanno per la prima volta dimostrato come un recente farmaco sperimentale sia in grado di bloccare questa ricezione di informazioni e inibire l’aggressività del colangiocarcinoma. Bloccando – è questo è il cuore della scoperta – la neoangiogenesi tumorale, ossia la formazione di nuovi vasi sanguigni indispensabili anche per la vita delle cellule tumorali. In pratica, tagliando loro i rifornimenti.

I risultati, corroborati da ulteriori studi bioinformatici su dati nell’uomo, fanno ben sperare per un futuro impiego di questo approccio terapeutico in studi clinici. Dunque un prestigioso riconoscimento per l’enorme mole di lavoro svolto dai ricercatori coinvolti, in particolare da Serena Mancarella, ricercatrice precaria, coadiuvata poi da Grazia Serino e Francesco Dituri, recentemente stabilizzati mediate lo strumento della Piramide della ricerca. “Una ricerca condotta interamente al de Bellis, che si apre al filone delle neoplasie gastroenteriche – commenta il direttore scientifico Gianluigi Giannelli – eccezionale per impegno, sacrificio e abnegazione dei ricercatori coinvolti e che ha visto nel corso degli anni intessere importati collaborazioni internazionali come quella, sul tema, con la Mayo Clinic”.

Dopo oltre quattro anni di lavoro, e grazie a oltre 500.000 euro legati in gran parte a un progetto di ricerca Airc, i risultati della ricerca sono appena stati descritti – almeno per questo ambito applicativo – in un articolo scientifico pubblicato dalla prestigiosa rivista internazionale Cell Death and Differentiation (appartenente al Nature Publishing Group) dal titolo “Crenigacestat, a selective NOTCH1 inhibitor, reduces intrahepatic cholangiocarcinoma progression by blocking VEGFA/DLL4/MMP13 axis”. Lo riferisce Repubblica. Sebbene si tratti di una ricerca preclinica, i modelli altamente innovativi per la prima volta impiegati e descritti in questo ambito hanno previsto l’uso di materiale umano (Patient Derived Xenograft).

Al profano il nome suona vagamente siderale: “Via del segnale mediata da Notch”. È uno dei canali di trasmissione delle informazioni che normalmente riceve una cellula per orientare il suo futuro. Che gioca però un ruolo chiave anche nella diffusione dei tumori. Accade anche nel colangiocarcinoma (CCA) – di cui il 12 febbraio ricorre la giornata mondiale – che attaccando la colecisti, è uno dei più aggressivi: inoperabile, privo di terapie che prolunghino la sopravvivenza dei pazienti, letale in pochi mesi. Ma forse, ora, grazie a Serena, ricercatrice precaria, siamo arrivati a una svolta contro questo tremendo cancro.

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