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Lo Stato ha sbagliato i calcoli sulle tariffe: persi milioni di euro a vantaggio di Autostrade

Interesse pubblico demolito a vantaggio dell’interesse privato. È questo quanto ha denunciato anche la Corte dei Conti in merito al sistema di concessioni autostradali. Come rileva il professor Massimo D’Antoni, docente di Scienza delle finanze a Siena, ascoltato dalle commissioni Affari costituzionali e Bilancio, l’aumento dei ricavi avvenuti dopo la privatizzazione non è dipeso dalla riduzione dei costi, come ha affermato più volte Autostrade per l’Italia, ma da un errore nella formula: “Non si è tenuto conto dell’aumento di traffico, cioè del fatto che se aumenta il traffico aumentano i ricavi ma non i costi”. Ed è Fabio Savelli sul Corriere della Sera a ricostruire la galleria degli errori di Stato a vantaggio di Autostrade. Vediamo cosa emerge.

“D’Antoni ha evidenziato come col metodo ‘price cap’, quello in vigore con la Convenzione di Autostrade per l’Italia, il concessionario guadagna sulle riduzioni di costo sulle manutenzioni perché portato a prediligere gli investimenti a breve termine. Analizzando i dati dei primi 10 anni di privatizzazione è emerso che si preferivano investimenti del manto stradale ma non gli investimenti di manutenzione straordinaria a lungo termine perché in questo caso sono necessarie una serie di autorizzazioni che rendono possibile il rimpallo di responsabilità. Potrebbe essere esattamente la ragione di quello che è successo al ponte Morandi. In cui — essendo necessario un intervento di manutenzione straordinaria di diversi milioni di euro — la contabilizzazione successiva in tariffa era oggetto di trattativa tra Autostrade e il ministero dei Trasporti. Negoziato che ha finito per prolungarsi un tempo infinito portando al collasso del viadotto”. Tutto questo è semplicemente gravissimo.

Scrive ancora Savelli: “È interessante notare come il processo di privatizzazione di Autostrade per l’Italia, di quella che negli anni ‘90 era una società controllata dalla pubblica Iri, fu fatta ovviamente per esigenze di cassa, cioè per ridurre il debito pubblico. Ma a conti fatti analizzando i primi dieci anni l’esito è sconcertante. Ha detto D’Antoni in Parlamento che ‘il flusso di profitto per il gestore è quasi sempre il doppio del risparmio di interesse’ sul debito pubblico. Vuol dire che la privatizzazione è costata allo Stato centinaia di milioni di euro all’anno. Ha rincarato il professore Ugo Arrigo, professore di economia politica e finanza pubblica alla Bicocca di Milano, che il calcolo della tariffa secondo gli attuali schemi di concessione non tiene in considerazione che ‘la produttività di una tratta autostradale è esogena rispetto al gestore e dipende dal flusso di traffico'”.

Nella formula in vigore con la convenzione del 2008 e ancora vigente è “presente una variabile qualitativa che dà diritto ad incrementi tariffari sul tasso di incidentalità sulla rete, che in realtà non dipende dal gestore”. Così si crea il paradosso per cui più gli automobilisti sono bravi alla guida e non provocano incidenti più devono pagare tariffe più alte al gestore. “L’esito complessivo, come rilevato dalla Corte dei Conti, è che sulla rete di Autostrade c’è stato un aumento del 14% delle tariffe a fronte di un’inflazione pari a zero con un aumento dei profitti pari al 10% all’anno”.

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