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Arcelor-Mittal è un inquinatore seriale. Ecco dove e come avvelena il mondo. E noi gli dovremmo dare lo scudo penale?

Prosegue senza sosta il dibattito dentro e fuori al Parlamento su ArcelorMittal e l’ex Ilva. Il nodo è tutto intorno alla richiesta da parte dell’azienda di vedersi riconosciuto lo scudo penale (immunità necessaria per non incorrere in cause legali nel periodo necessario per il risanamento ambientale). Si tratta a tutti gli effetti di un ricatto. ArcelorMittal dice al governo italiano: o ci viene riconosciuto lo scudo penale, o recediamo dal contratto che ci lega all’ex Ilva. Il governo, dunque, si ritrova stretto tra due fuochi. Ma nelle ultime ore c’è un dossier che sta gettando altre ombre sulla capacità di Arcelor-Mittal di rispettare le leggi contro l’inquinamento.

Ne dà notizia su Repubblica Cristina Nadotti, riprendendo il documento elaborato dalla Federazione dei Verdi italiani in collaborazione con movimenti e gruppi ambientalisti internazionali. Da questo dossier emerge “un lungo elenco di processi e violazioni in campo ambientale che vedono protagonista la multinazionale. Secondo Angelo Bonelli, coordinatore nazionale della Federazione dei Verdi ‘quello che è accaduto e sta accadendo negli impianti ArcelorMittal di Paesi europei ed extraeuropei dimostra che il governo italiano avrebbe dovuto fare una seria riflessione prima di aggiudicare Ilva al colosso dell’industria'”.

Il Canada è il Paese che ha contribuito maggiormente a elaborare lo studio. Lì, infatti,la multinazionale è sotto processo per 39 capi d’imputazione. Scrive Nadotti: “Un mese fa la Corte Suprema canadese ha respinto il ricorso di ArcelorMittal, che è accusata di aver inquinato le acque rilasciando sostanze nocive nella miniera di Fermont, nel Quebec tra il 2011 e il 2013. La multinazionale ha cercato di contestare 29 delle 39 accuse, ma i giudici hanno respinto la domanda, sostenendo anche che i dirigenti della miniera hanno rilasciato dichiarazioni false. Non solo: Arcelor-Mittal aveva chiesto di ampliare lo sfruttamento della miniera, ma la commissione ambientale ha chiesto maggiori rassicurazioni sul rispetto delle norme e rivendicato un controllo più stretto da parte delle autorità”.

Arrivano però notizie anche dalla Francia, dove la multinazionale è sotto processo per l’inquinamento della Mosella, vicino a Thionville, “dove dal suo stabilimento – si legge nell’articolo di Repubblica – sarebbe stato sversato nelle acque del fiume dell’acido cloridrico. Le accuse sono di ‘gestione irregolare di rifiuti’ e ‘funzionamento non autorizzato di un impianto’. Un altro processo è in corso in Sud Africa, per inquinamento e danni alla popolazione a Boipatong, Sharpeville and Sebokeng, vicino a Johannesburg”. Negli Stati Uniti, un documento dell’Epa, l’agenzia federale per la protezione dell’ambiente, “attesta che l’ispezione dello scorso 22 agosto nell’impianto di Burns Harbor, in Indiana, ha accertato sversamenti di cianuro e ammoniaca nel fiume Little Calumet, con conseguente moria di pesci”.

Finisce qui l’elenco? No, macché. E pensare che potrebbe già bastare così. Invece c’è da evidenziare anche i casi relativi alla Bosnia Erzegovina e all’Ucraina. In Bosnia “le organizzazioni ambientaliste – scrive sempre Nadotti – denunciano l’altissimo inquinamento dovuto all’impianto di Zenica, dove ArcelorMit-tal aveva promesso di riportare l’acciaieria ai fasti precedenti la guerra, ma non ha rilanciato l’occupazione e l’unica cosa che è ritornata è l’inquinamento”. In Ucraina invece si è mosso addirittura il presidente Zelensky in persona, il quale ha accusato la multinazionale di non tenere fede agli impegni presi”. In fine Nadotti cita ancora Bonelli, che conclude così: “La lista dei contenziosi di ArcelorMittal è lunga, ma dimostra che lo scudo penale che chiede, e che in parte gli è stato concesso, non esiste in nessuna parte del mondo perché i reati vengono perseguiti”. C’è bisogno di aggiungere altro?

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