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A 4 anni dalla tragedia del ponte Morandi, giustizia non è stata fatta. Reati prescritti, ritardi e quei miliardi ai Benetton

Pubblicato il 14/08/2022 15:11 - Aggiornato il 14/08/2022 15:21

Quattro anni fa, precisamente il 14 agosto 2018, crollava il Ponte Morandi portando con sé 43 vittime e 600 sfollati. Oggi, 14 agosto 2022, abbiamo 59 imputati, un centinaio di parti civili e altrettante che aspirano a diventarlo, in attesa che venga approntata la tensostruttura che ospiterà le udienze fino alla prima metà del 2024, ovvero quando, stando alle previsioni, si potrebbe chiudere il processo di primo grado che vede alla sbarra ex vertici e tecnici di Autostrade e Spea (la società che si occupava di manutenzione e ispezioni), attuali ed ex dirigenti del ministero delle Infrastrutture e funzionari del Provveditorato. Le accuse, a vario titolo, sono di omicidio colposo plurimo, omicidio stradale, crollo doloso, omissione d’atti d’ufficio, attentato alla sicurezza dei trasporti, falso e omissione dolosa di dispositivi di sicurezza sui luoghi di lavoro.
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L’immagine con i due monconi di strada rimasti in piedi dopo il crollo del ponte è ancora ben vivida nelle menti degli italiani, rappresentando ancora oggi tutta la precarietà della rete autostradale italiana. Un’infrastruttura degradata, resa tale da anni di incuria per le manutenzioni al maxi risparmio. A cedere è un tratto di 200 metri che trascina con sé nel vuoto diverse auto e mezzi di trasporto. Al bilancio delle vittime va aggiunto quello degli sfollati, circa 600, che abitavano nelle case investite dal crollo del viadotto che sovrastava i quartieri i quartieri Sampierdarena e Cornigliano. Un bilancio a dir poco tragico.
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Aspi e Spea hanno chiuso il processo con un patteggiamento da circa 30 milioni di euro. 20 milioni in meno rispetto ai 50 che bisogna spendere per vedere le carte del processo e potersi difendere. O, se parte offesa e parte civile, per avere chiare le responsabilità dei colpevoli. I primi avvocati che ne hanno fatto richiesta si sono sentiti presentare un conto da 750 mila euro per imputato. I reperti sono ancora in quello stesso capannone che le telecamere dei telegiornali hanno ripreso migliaia di volte in questo lasso di tempo. Lo stesso posto sul quale sarebbe dovuto sorgere un memoriale per ricordare le vittime. Ma per certe cose, si sa, l’Italia ha bisogno dei suoi tempi. La macchina giudiziaria tornerà attiva il 12 settembre e sembra non importare a nessuno che i reati più lievi si prescriveranno
a fine 2023.
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Al tempo i soccorritori stavano ancora scavando in cerca di superstiti quando l’allora premier Giuseppe Conte esclama perentorio: «Avvieremo la procedura per la revoca della concessione a società Autostrade. Al di là delle verifiche penali noi non possiamo aspettare i tempi della giustizia». Anche l’allora ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli prese posizione, annunciando tramite Facebook: «Abbiamo attivato tutte le procedure per l’eventuale revoca delle concessioni, e per comminare multe fino a 150 milioni di euro», scrive in riferimento alla società Autostrade, titolare della concessione per il tratto di autostrada crollato. Complici le notizie che vengono a galla e raccontano che il ponte, costruito negli anni Sessanta su progetto di Riccardo Morandi era da anni oggetto di numerosi studi che ne ipotizzavano la demolizione o una radicale manutenzione per sanare le cattive condizioni, si mette in moto la macchina giudiziaria.
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Successivamente la Procura di Genova apre un fascicolo per disastro colposo e omicidio plurimo, che viaggia in parallelo all’inchiesta interna del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti. Lo slogan del Movimento 5 Stelle sulla revoca delle concessioni, però, non arriverà mai. Solo a maggio 2021, dopo la sostituzione di Giuseppe Conte con Mario Draghi, Autostrade per l’Italia torna a essere pubblica. Una cordata guidata da Cassa depositi e prestiti rileverà Aspi per 9,1 miliardi di euro. Ai vertici del gestore autostradale rimane Roberto Tomasi, manager di lungo corso dell’azienda, promosso amministratore delegato a gennaio 2019 dopo che l’indagine sul crollo del ponte aveva travolto il suo predecessore Giovanni Castellucci.
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A febbraio 2019 inizia la demolizione di ciò che rimane del Ponte Morandi, che viene definitivamente rimpiazzato con un viadotto costruito su un progetto donato alla città di Genova dal famoso architetto Renzo Piano. Il nuovo ponte si chiamerà San Giorgio e i lavori per la sua costruzione iniziano a giugno dello stesso anno. Il 4 agosto del 2020, a dieci giorni dal secondo anniversario il nuovo viadotto viene aperto al traffico. Quella del Morandi è una ferita da cui l’Italia farà molta fatica a guarire, in attesa di un processo che si spera possa fare un po’ di giustizia.

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