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90enne aggredito e derubato in pieno centro, nessuno interviene. Paragone: “Paralizzati di fronte alla violenza” (VIDEO)

Pubblicato il 14/10/2023 12:21 - Aggiornato il 16/10/2023 13:30

Quello che è capitato l’altro giorno a Firenze al signor Giampaolo poteva capitare a mio padre, a mia madre. Ascoltare il suo racconto mi ha fatto male: lui, arzillo anziano novantenne, ex atleta, che in pieno giorno nelle vie del centro cittadino viene aggredito, strattonato, picchiato da un giovane somalo attirato dall’orologio dell’uomo italiano. Lui che gridava aiuto; lui che doveva recuperare ogni forza che il corpo gli regalava in quell’impeto di paura e rabbia per inseguirlo e recuperare l’orologio rubato; lui a metà tra l’emozione violenta e forte di chi è vittima di un’aggressione e un’altra emozione, sicuramente non meno forte, di sentirsi invisibile agli occhi di chi guardava la scena. Dev’essere terribile essere visti solo dall’aggressore o dagli aggressori e non da altri che pure potrebbero intervenire. Dev’essere umiliante sentirsi percosso, strattonato, aggredito, derubato; così come dev’essere altrettanto umiliante sentirsi un niente in questa lotta urbana. Perché di questo si è trattato e si tratta tutte le volte in cui prendiamo le misure alla violenza costante, quotidiana ma invisibile a chi sta attorno, a chi dovrebbe difendere.
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Poi ti domandi: ma tu che avresti fatto se il destino ti avesse collocato ai bordi di questa storiaccia? Facile dire: mi sarei fiondato ad aiutare quell’uomo. Scontato. E forse, conoscendo il mio carattere, sarei intervenuto. E avrei alzato le mani, perché di questo si tratta. A un’aggressione devi rispondere almeno con un’altra minaccia di aggressione, sperando che il balordo scappi. Ma se il balordo non scappa? E se nella colluttazione, preso dall’adrenalina e dalla incoscienza di un’azione di per sé buona (andare in soccorso di un anziano aggredito), la mia risposta fosse “non misurata” all’aggressione? Non è che vado nei pasticci io? Non è che poi si diventa razzisti perché sei stato troppo violento?
E lui se tirasse fuori un coltello? O se, guardando la scena, lo straniero avesse la protezione di un gruppo che verrebbe in suo soccorso? Mamma mia, quante domande!


Eppure è qui che siamo arrivati, eccolo il capolinea caotico di una situazione che, per dirla con le parole del signor Giampaolo, non è più quella di un tempo. . Vero, non si può tirare dritto. Ma perché siamo arrivati a restare ingessati e sordi se la vittima chiede aiuto? E’ paura, viltà, menefreghismo o cos’altro? Onestamente non è facile da capire ma una cosa è certa: abbiamo preso una pessima china da cui è difficile risalire se un po’ di pezzi non si riallineano. La forza pubblica come risposta a chi pensa di essere padrone di uno spazio è fondamentale e deve agire: la zona della stazione, le vie leggermente più decentrate, le periferie sono insicure. Borseggi, scippi, addirittura occupazioni di case: sembra che il cattivo riesca a prevalere sul buono sempre, anche quando lo prendi. Una volta perché sono minori, un’altra volta perché non è sano di mente, un’altra perché poveretto è un migrante che ne ha passate di tutti i colori. In questa bolla, ecco che la vittima oltre al danno subisce l’umiliazione della invisibilità. E chi sta ai bordi della scena resta imbambolato tra le domande: mi conviene farmi gli affari miei oppure intervenire? Stando attento a come si interviene come se fosse facile calmare la rabbia, l’adrenalina e le paure. Tutte osservazioni che scomparirebbero in un istante se quell’aggredito fosse un mio familiare, perché a quel punto non esistono più reticenze.