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L’appello di un imprenditore ai suoi colleghi: ‘Sul MES non fidatevi di Confindustria’

Riportiamo volentieri il seguente appello di David Lisetti, imprenditore nel settore delle energie rinnovabili e delle bonifiche ambientali. 

Da associato CNA dell’associazione nazionale costruttrici ed iscritto a Confindustria, sento il dovere di rendere partecipi i miei colleghi dei rischi collegati al Meccanismo europeo di stabilità (MES). 

Premetto che non è mia attitudine professionale prendere posizioni ideologiche rispetto a tematiche economiche e di management e sarei il primo ad essere felice di sottoscrivere un accordo che dotasse l’Italia di risorse extra rispetto a quelle reperibili attraverso gli ordinari canali di finanziamento governativi. Purtroppo però il MES ha molti più aspetti negativi che positivi. 

Di seguito riporterò una lista dettagliata, ma senza la pretesa di essere esaustiva, di motivazioni per le quali reputo necessaria una decisa presa di posizione contro la sottoscrizione dei finanziamenti MES da parte dell’associazione di categoria che rappresenta gli interessi miei e di migliaia di colleghi imprenditori, e a tal proposito chiedo a tutti gli imprenditori di tutti i settori che animano l’economia italiana di condividere alle rispettive associazioni di categoria il seguente appello. 

Rimango a vostra disposizione per ulteriori chiarimenti ed aperto a vostre considerazioni  e ad eventuali modifiche in merito, certo che il vostro contributo sarà utile alla nostra causa comune e alla salvaguardia del tessuto produttivo italiano. 

David Lisetti

[email protected]

I pericoli del MES

Appello alle associazioni di categoria imprenditoriali italiane 

I lavori preparatori dell’Eurogruppo di aprile hanno prodotto quello che viene definito MES senza condizionalità e se anche è vero che il MES non abbia condizionalità inerenti all’utilizzo dei fondi (purché siano direzionati verso investimenti sanitari) rimane però,  come si evince dal comma 16 del report dell’Eurogruppo del 09/04/2020, il rischio concreto  di far entrare l’Italia all’interno dei meccanismi fiscali di sorveglianza Europea: 

«Gli Stati membri dell’area dell’euro rimarranno impegnati a rafforzare i fondamenti economici e finanziari, coerentemente con i quadri di coordinamento e sorveglianza economica e fiscale dell’UE, compresa l’eventuale flessibilità applicata dalle competenti istituzioni dell’UE».

Gli organi di governo del MES se in futuro riterranno i fondamentali macroeconomici del nostro Paese non in linea con i parametri europei di sostenibilità delle finanze pubbliche, potranno optare per modificare i piani di restituzione del prestito conforme richiedendo misure di consolidamento fiscale come il taglio della spesa pubblica e l’aumento della tassazione, misure strutturali di flessibilizzazione del mercato del lavoro, di liberalizzazioni, di privatizzazioni e in ultimo la ristrutturazione del debito pubblico. 

Voglio essere ben chiaro su questo passaggio, sono gli stessi regolamenti europei a consentire modifiche future ed in corso d’opera delle condizioni di erogazione e restituzione del prestito; infatti, a tal proposito riporto il comma 5 art.7 del Reg. 472/2013: 

«La Commissione, d’intesa con la BCE e, se del caso, con l’FMI, esamina insieme allo Stato membro interessato le even­tuali modifiche e gli aggiornamenti da apportare al programma di aggiustamento macroeconomico, al fine di tenere debita­mente conto, tra l’altro, di ogni scostamento significativo tra le previsioni macroeconomiche e i dati effettivi, anche alla luce delle eventuali ripercussioni derivanti dal programma di aggiustamento macroeconomico, da ricadute negative e da shock macroeconomici e finanziari. Il Consiglio, deliberando a maggioranza qualificata su proposta della Commissione, decide in merito alle modifiche da apportare a tale programma». 

L’Italia avendo un rapporto debito pubblico/PIL pari al 134,8% già oggi non rientra nei parametri europei di sostenibilità delle finanze pubbliche ed è certo che a causa della crisi economica generata dal “lockdown” governativo il PIL diminuirà considerevolmente, una perdita che il Fondo monetario internazionale (FMI) stima al 9.1% del PIL, mentre il deficit pubblico legato principalmente agli stabilizzatori automatici (cassa integrazione e politiche di sostegno dei redditi) subirà, al contrario, una forte impennata che comporterà quindi un rispettivo aumento del debito pubblico.

Le stime del Ministero dell’Economia e delle Finanze prevedono che a fine 2020 il debito pubblico in rapporto PIL si attesterà al 155,7%, se nei prossimi mesi il governo sottoscriverà la linea di credito del MES è quindi molto probabile che lo stesso MES ci richieda di implementare una delle politiche economiche sopra menzionate. 

Il governo per evitare che il rapporto debito pubblico su PIL sia giudicato insostenibile dal MES sarà costretto a generare cospicui avanzi primari, ma le recenti esperienze storiche, in particolare il Governo Monti, hanno dimostrato che la contrazione della spesa pubblica e/o l’aumento della tassazione in momenti di crisi economica peggiorano il rapporto debito pubblico/PIL invece che migliorarlo. Quindi è molto probabile che le politiche, che il governo dovrà applicare, saranno di fatto pro-cicliche e aumenteranno le possibilità di commissariamento da parte del MES, il che condurrà l’economia italiana in territori inesplorati. 

Le uniche esperienze storiche di paesi che hanno sottoscritto i piani di finanziamento MES, come ad esempio il caso greco del 2011, riportano immediatamente alla nostra memoria scene di devastazione economica, privazione della dignità umana, privatizzazione degli asset strategici, fallimenti concatenati di interi settori produttivi, industriali e di gravi crisi sanitarie.

La sola possibilità che il MES, godendo dello status di creditore privilegiato, imponga all’Italia la ristrutturazione del debito avrà la diretta conseguenza di rendere molto più costoso l’accesso ai mercati di capitali, aumentando il tasso di interesse sui nostri titoli di Stato e quindi i costi di finanziamento della spesa pubblica necessaria ad assorbire lo shock economico derivante dalla crisi del COVID-19.

In buona sostanza tali dinamiche economiche causeranno un peggioramento dell’intera economia italiana e un conseguente crollo della domanda interna che condurrà al fallimento di migliaia di imprese già enormemente provate da 12 anni di severa crisi economica; stiamo parlando delle nostre imprese, di quel patrimonio di operosità unico al mondo e non è giusto lasciare che la politica per incompetenza e superficialità si prenda ciò che di meglio l’Italia ha da offrire ovvero le nostre imprese, il nostro lavoro.

Le associazioni di categoria che trovano la loro ragion d’essere nella difesa dei propri associati hanno il dovere morale di mobilitare tutte le energie al fine di evitare che il governo sottoscriva una linea di credito attraverso il Meccanismo europeo di stabilità. L’Italia ha la possibilità di finanziarsi sul mercato dei capitali autonomamente; inoltre la BCE attraverso il suo piano di acquisto è già intervenuta con efficacia per calmierare il tasso di interesse sui titoli di Stato e nulla vieta che la stessa aumenti le sue dotazioni approcciando la crisi economica con strumenti e dotazioni flessibili, ragion per cui non sussistono e non possono in futuro sussistere motivazioni per le quali d’Italia debba richiedere una linea di credito attraverso il MES. 

Nel resto del mondo sono le banche centrali che stanno supportando i governi o attraverso acquisti illimitati di titoli di Stato e asset finanziari privati, come nel caso della Federal Reserve, o attraverso la concessione di scoperti di conto al Ministero dell’Economia, come nel caso della Royal Bank of England.

In nessuno dei paesi occidentali si utilizzano fondi che rispondono a logiche sovrapponibili a fondi di diritto privato come il MES per contrastare questa emergenza. I costi nel caso in cui si decidesse di percorrere la strada del finanziamento attraverso il Meccanismo europeo di stabilità sono ingiustificabili e sarebbero un grave errore, il quale verrà pagato dalle famiglie e dalle imprese italiane.

Diventa quindi fondamentale che le associazioni di categoria inizino un rigoroso dibattito interno e che si facciano portatrici della salvezza del tessuto produttivo italiano dichiarandosi contrarie al MES. 

David Lisetti

[email protected]

Note metodologiche 

Il seguente appello è stato revisionato da un team eterogeneo di professori universitari composto dal professore Alessandro Stanchi dell’Università di Torino, dal professore Amedeo Argentiero dell’Università di Perugia, dal professore Francesco Ruggeri della Freie Universität Berline e dalla società di formazione ed informazione economica FEF Academy. 

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