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Il governo delle tasse e la nuova stangata: rincari sul digitale per finanziare… la Siae!

Tasse, tasse, tasse. C’è una notizia che si aggira nei sottovoce dell’informazione che ci fa mettere le mani nei capelli. A lanciarla è Maurizio Belpietro su La Verità: “Dario Franceschini, che potremmo anche definire il responsabile della cultura delle imposte, adesso mira a colpire un settore in espansione, con il risultato che anche una delle poche attività che non sprofondano nella decrescita infelice giallorossa farà la fine già sperimentata da altre branche dell’economia. Di che parliamo? Questa volta nel mirino non ci sono le case, ma i telefonini, gli smart watch, i pc e pure i braccialetti contapassi. In pratica, siccome è a caccia di soldi allo scopo di far quadrare i conti della Siae, la Società italiana autori ed editori, il genio che difende le opere d’ingegno vuole alzare l’imposta su qualsiasi cosa abbia una memoria digitale, aumentando il prelievo anche del 20%”.

Cosa ci sta dicendo Belpietro? Che “quando si comprerà un telefonino, in base alla dimensione della memoria del dispositivo si pagherà di più: sopra i 32 giga si passerà da 5,2 a 6,9 euro. Mentre chi prenderà uno smart watch (finora esente dalla tassa Siae) dovrà versare tra i 2,2 fino ai 5,6 euro. Qualcuno potrebbe osservare che qualche euro in più su un cellulare che ne costa parecchie centinaia in fondo non sia gran cosa. Certo, ma visto che il governo quando promette di diminuire le tasse alla fine nelle tasche degli italiani mette gli spicci, non si capisce perché poi una parte se la debba far restituire usando un sotterfugio come l’accisa sui prodotti digitali”.

Franceschini, insomma, bussa a quattrini. “Di questo passo prevediamo un aumento delle tasse anche sui lettori digitali tipo Kindle. Poi, finiti i prodotti elettronici, si passerà a quelli cartacei, cioè ai libri e ai giornali e magari, perché no, ai quaderni e ai prodotti di cancelleria”. Ricordiamo infine che questi sono anche coloro che hanno inventato la tassa ribattezzata Air b&b, ossia di quel trattamento fiscale che mira a spremere chi affitta i propri appartamenti, trattandolo come se non fosse un privato cittadino, ma un’azienda vera e propria.

Infatti, da tempo ci sono persone che hanno messo a reddito le case ereditate o comprate, affittandole per periodi brevi ai turisti o ai manager di passaggio. Che si è inventato Franceschini? Un tetto agli affitti: chi ha più di tre appartamenti d’ora in poi non potrà più beneficiare della cedolare secca, ma dovrà essere trattato alla stregua di una multinazionale, cioè pagare di più, vale a dire probabilmente il doppio. “In pratica – scrive sempre Belpietro – visto che il settore degli affitti brevi funzionava a dovere, consentendo agli italiani di arrotondare, il governo provvederà ad affossarlo”.

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