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Una crisi non troppo a sorpresa: ecco come il governo giallorosso era, in realtà, già pronto da tempo

Ma siamo davvero sicuri che la crisi di governo sia stata davvero improvvisa, inaspettata, frutto sì di un atto politicamente sconsiderato da parte di Matteo Salvini ma non prevista da Pd e Cinque Stelle? I retroscena che si susseguono in queste ore, quelle che segnano i primi passi del governo giallorosso, sembrano piuttosto far pensare che le prove di intesa tra i due partiti fossero una realtà da diverso tempo, prima di quell’8 agosto che ha aperto formalmente le ostilità e rotto il fronte comune tra leghisti e grillini.

Il 16 luglio, infatti, Movimento e Carroccio si erano divisi al momento del voto sulla presidenza della Commissione Europea, con la vittoria della von der Leyen mal accolta da Salvini & co. Nemmeno una settimana dopo (il 22) ecco Franceschini lanciarsi in un’insolita apertura sulle pagine del Corriere della Sera, sottolineando come “I Cinque Stelle siano diversi dalla Lega”. Iniziano gli screzi tra Conte e il leader della Lega. E iniziano i sondaggi dall’altra parte dell’emisfero politico, da quei dem che, racconta la Stampa, si siedono a tavola coi grillini il 23 agosto a casa Spadafora. Il patto si delinea subito: si può governare insieme ma il Pd vuole l’intero pacchetto di interesse europeo.

Così, raccontano da entrambe le parti, ha preso il via il nuovo esecutivo. Con Zingaretti, pur tentato dal voto, che si lascia convincere dai vari Prodi, Amato e D’Alema a fare dietrofront. Renzi che, su pressione dello stesso Zingaretti, cambia apertamente opinione, dichiarandosi contrario al ritorno alle urne. E l’intervento decisivo, dall’altro lato della barricata, di Beppe Grillo, il vero sponsor dell’operazione, l’uomo che si è speso per convincere Di Maio e Casaleggio ad avvicinarsi a quel mondo che in passato era stato sinonimo di “establishment” e “vecchia, mala politica” nella narrazione pentastellata.

Alla fine ogni pezzo è andato al suo posto. Inutile il tentativo in extremis di Salvini, arrivato a offrire a Di Maio le chiavi di Palazzo Chigi. Col Pd che incassa, come da accordi. E con i Cinque Stelle che, inevitabilmente, escono dalla crisi ancora al governo ma con qualche crepa in più. La nomina a commissario europeo di Gentiloni divide la base, crea divisioni. Offre alla Lega un facile bersaglio (“Lui è il simbolo del potere, dei salotti”), rischia di provocare qualche illustre fuoriuscita. Forse anche questo, però, era già stato messo in conto da tempo.

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