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Tutti gli amici dei Benetton. Da sinistra a destra ci sono tutti. Perché in Italia di giorno si fa opposizione ma di notte…

Pubblicato il 24/08/2022 18:14

Il “partito del Telepass”, sarebbe questo il nome più adatto per l’ipotetica nuova coalizione trasversale del prossimo Governo. Dal Pd a Fratelli d’Italia, da De Micheli a Meloni, infatti, c’è una lunga schiera di autori di norme a favore della famiglia Benetton pronto a tornare in parlamento. E persino gli ex nemici (Di Maio), si sono ormai convertiti. Ma cerchiamo di illustrare meglio la situazione. Il crollo del ponte Morandi è costato la vita a 43 persone il 14 agosto 2018. Per questo motivo, la holding Atlantia, controllata dalla famiglia Benetton, è stata “punita” comprandole a prezzo più che pieno (8,2 miliardi) la concessionaria Autostrade per l’Italia, peraltro lasciandole gli introiti milionari del prezioso Telepass. Altro che “revoca della concessione” come sbandierato dal governo gialloverde guidato da Giuseppe Conte e, notate, anche dalla leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni.

In fin dei conti, quello fatto ai Benetton è stato un vero e proprio regalo vista la gravità delle loro operato. Come scrive Domani sull’edizione odierna, si tratta di un cadeau che venne imposto a Conte dalla ministra delle Infrastrutture Paola De Micheli (oggi capolista del Pd per la Camera a Piacenza) e dal ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, oggi sindaco di Roma. Il regalo ad Atlantia è stato tecnicamente messo a punto dal capo di gabinetto di De Micheli, Alberto Stancanelli, storico uomo di fiducia del Pd che nei giorni scorsi è stato nominato capo di gabinetto al Campidoglio dopo le rocambolesche dimissioni di Albino Ruberti. Mentre Luigi Di Maio, l’uomo che suggeriva a Conte di obbedire a De Micheli, è candidato con il Pd all’uninominale di Napoli-Fuorigrotta.

Siamo partiti dalla fine, ovvero dai fatti e dai nomi più recenti, ma ora andiamo all’origine del “peccato originale”. Siamo nel 2006 e l’Ulivo di Romano Prodi vince le elezioni di misura. In quella tornata elettorale, la società Autostrade risulta essere il principale finanziatore dei maggiori partiti: 150mila euro a ciascuna delle forze politica in corsa per la guida del Paese: ai Ds, alla Margherita, al Comitato per Prodi, a Forza Italia, alla Lega Nord, a Alleanza Nazionale e all’Udc di Pier Ferdinando Casini e Bruno Tabacci. Quest’ultimo è quello che oggi ha salvato Di Maio dalla raccolta firme, dandogli la possibilità di concorrere facilmente per un posto nel futuro parlamento. Lo stesso Di Maio ha sostenuto che da allora i soldi sono finiti alle fondazioni anziché ai partiti, per sfuggire alle regole di trasparenza.

Bene, per queste generose donazioni a “colori unificati” (un po’ come l’altro famoso business della famiglia Benetton), l’allora governo Prodi imposta una revisione “punitiva” della concessione autostradale, ma poi viene fatto cadere. La nuova convenzione viene scritta dopo le elezioni del 2008 dal governo Berlusconi, di cui Giorgia Meloni è ministra. Per i Ds il “ministro ombra” delle Infrastrutture Andrea Martella parla di «autentico regalo» ai Benetton, in cambio del loro investimento nel piano di Berlusconi per salvare l’Alitalia. Tabacci replica secco: «Chi beneficerà di questa norma non in-vestirà una lira nel capitale di Alitalia». Ma alla fine i Benetton si rivelano “uomini di parola” e i soldi nell’Alitalia ce li mettono. Oggi Martella è capolista per il Pd al Senato nella circoscrizione Veneto 1, mentre in quella Veneto 2, sempre per il Pd, è capolista Beatrice Lorenzin, all’epoca deputata di Forza Italia che votò la sconcezza. Tabacci è candidato nell’uninominale per il Pd a Milano.

Ma c’è altro da dire. Quello che Berlusconi ha fatto nel 2008 è stato un vero e proprio “capolavoro” di malapolitica. La convenzione viene approvata con legge del Parlamento, una follia subito denunciata dal presidente dell’Antitrust Antonio Catricalà, già segretario generale di palazzo Chigi con Berlusconi e in seguito presidente di Adr, la società degli aeroporti di Roma controllata da Atlantia (alla sua morte, poco più di un anno fa, la presidenza è stata affidata all’ex viceministro Pd Claudio De Vincenti). Quando Conte cerca di revocare la concessione gli spiegano che Berlusconi ci ha infilato la clausola, illegittima ma non impugnabile in quanto votata dal parlamento, che concede ai Benetton un indennizzo miliardario anche in caso di revoca per grave inadempimento. Le jeux sont fait.

Arriviamo al punto in cui il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli studia un ricorso alla Corte costituzionale ma non fa in tempo: quando nasce il governo Conte giallorosso il Pd impone al suo posto De Micheli, che subito utilizza la norma Berlusconi-Meloni per imporre a Conte la transazione con Atlantia, d’accordo con Matteo Salvini e Matteo Renzi, mentre Giorgia Meloni continua a chiedere a gran voce una revoca che dieci anni prima lei stessa ha contribuito a rendere impossibile.

Ritorniamo all’inizio dell’articolo, nonché alla fine della storia. All’indomani del crollo del Morandi, Luigi Di Maio accusa il Pd di essere sempre stato finanziato dai Benetton e di aver sempre fatto «marchette ai concessionari auto-stradali». Come quella di Graziano Delrio, ministro delle Infrastrutture con Renzi e Gentiloni, accusato di aver allungato la concessione ad Aspi e oggi capolista Pd per il Senato a Piacenza. E chiama in causa l’associazione Vedrò di Enrico Letta, di cui De Micheli era assidua animatrice, finanziata dai Benetton e co-fondata con il capo delle relazioni esterne di Atlantia Francesco Delzio. Oggi l’Italia intera si chiede cosa si inventerà Di Maio per raccontare il kamasutra autostradale nei comizi a Fuorigrotta.

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