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Il premio Nobel Stiglitz: “Lo Stato deve essere più forte: così diminuisce la disuguaglianza”

Siamo diventato un mondo in cui la disuguaglianza regna sovrana, e in cui la forbice tra ricchi e poveri diventa sempre più ampia. Il caso-Italia, analizzato da questo punto di vista, lo avevamo affrontato in un precedente articolo (puoi leggere qui). Oggi, invece, ci soffermiamo sugli Usa e da lì allargheremo la visuale sul mondo intero. Per farlo ci avvaliamo di alcuni spunti di una bellissima intervista di Riccardo Stagilanò al premio Nobel Joseph Stiglitz, pubblicata sul Venerdì di Repubblica. Partiamo da un dato: oltre metà degli americani ha meno di mille dollari in banca. E la stessa percentuale di popolazione, pari a 150 milioni di persone, possiede meno ricchezza della somma dei tre principali miliardari (Jeff Bezos, Bill Gates e Warren Buffett). Stiglitz ha dedicato gran parte della sua vita a mettere in guardia dagli effetti collaterali della globalizzazione prima, e della disuguaglianza poi.

Chiede il giornalista al premio Nobel: “Il coronavirus può essere letto anche come parabola avvelenata della globalizzazione?”. Risponde Stiglitz: “Senz’altro. Intanto perché i virus, come il riscaldamento globale, non hanno bisogno di passaporto per fare il giro del mondo. Sono globali per definizione. E poi perché eventi come questi confermano l’assunto principale del mio libro. Ovvero: quando la gente ha bisogno di essere protetta da rischi seri, si rivolge allo Stato, non certo ai privati”. La Banca centrale americana ha tagliato i tassi, ma non sembra essere bastato. “Se uno equipara il benessere dell’economia con quello della Borsa, allora si illude che la politica monetaria possa bastare, ma per la gente normale non è così. E se uno ha deciso di chiudere la fabbrica perché non ha più fornitori, non è che cambia idea per i tagli dei tassi”.

“Qui milioni di persone non hanno reti di salvataggio. Se un cameriere è malato e non può restare a casa perché altrimenti non guadagna, moltiplicherà il contagio. Idem per molte persone che non faranno i test per paura di doverli pagare o di far aumentare il premio dell’assicurazione”. Nel sottotitolo dell’ultimo libro di Stiglitz si parla di capitalismo progressista: “Quello che intendo è offrire gli elementi di base di una vita decente: sanità, istruzione, casa, pensione. L’economia non vive in un vuoto. Una volta i repubblicani aveva-no una soluzione per tutto: abbassare le tasse ai ricchi. Ora ne hanno aggiunta un’altra: abbassare i tassi di interesse (facendo sempre contenti i ricchi che investono). Sono tutte opzioni politiche, con conseguenze economiche”.

“Gli scandali tipo Panama Papers hanno mostrato la vastità dei paradisi fiscali, oppure quello di Apple che in Irlanda pagava lo 0,005 per cento di tasse. Per non dire dello stato pietoso delle nostre infrastrutture, del sistema di istruzione non affatto adeguato a un Paese del primo mondo. Troppo potere nelle mani di pochi distorce il mercato, fa aumentare i prezzi, intralcia l’innovazione e, alla fine, aumenta la disuguaglianza. Bisogna regolare queste aziende, fino all’estremo proposto da ElizabethWarren, ma non solo, di spezzettarle per ristabilire un terreno di gioco più sano”.

“Bisogna intervenire sulla cosiddetta predistribuzione, ovvero sul modo in cui si formano i redditi, alzando quelli minimi e ridando potere ai sindacati e agli organismi antitrust. Poi potenziare la redistribuzione, eliminando la regressività fiscale e gli sconti fiscali di cui si sono avvantaggiati i ricchi, fino a pensare a serie patrimoniali sulle grandi fortune. Infine lo Stato deve garantire gli elementi minimi per la vita decente di cui parlavamo prima. Per questo dovrà avere un ruolo più importante. Ormai, non c’è più dubbio: la trickle down econornics , per cui gli sconti fiscali ai ricchi dovevano provocare un dinamismo che alla fine sarebbe sgocciolato positivamente sui poveri con la creazione di nuovi lavori, ha fallito”.

“Io sostengo che la globalizzazione abbia fatto danni a molti lavoratori per arricchire pochi imprenditori. Sui rischi della globalizzazione io e altri consulenti economici raccomandammo di mettere in piedi da subito dei correttivi per alleviare le sue conseguenze sociali su molti lavoratori. Serve uno Stato forte. Un’economia che ha accumulato oltre un trilione di dollari di debito pubblico, peggiorato proprio per avvantaggiare, con una crescita inferiore al 2 per cento, nonostante i tassi bassi è il contrario di un’economia in salute”.

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