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Sfratto: oramai è un’odissea. I trucchi, i cavilli e l’assenza dello Stato

A causa della crisi provocata dall’arresto delle attività e dai netti cali di fatturato, moltissimi si ritrovano ad avere grossissime difficoltà con il pagamento degli affitti. Quei pochi indennizzi che sono arrivati nelle casse vuote delle piccole e medie imprese o nelle tasche di lavoratori e famiglie, si sono rivelati irrisori o nulli.

D’altra parte non è nemmeno giusto che lo Stato scarichi le conseguenze economiche della crisi sui proprietari di immobili. Stanno spostando il peso di ciò che rientra innegabilmente tra le loro responsabilità, cioè quello di intervenire, facendolo scivolare altrove e trasformandolo in una questione di guerra dove vince chi ha meno diritto di ricevere quello che in realtà dovrebbe essere un diritto intoccabile di entrambe le parti: il diritto di ricevere sostegni per poter pagare l’affitto, di chi non ce la fa – a maggior ragione dopo i danni che hanno provocato all’economia- e il diritto di poter usufruire del proprio bene immobiliare, di chi invece è il proprietario delle mura.

“Per i proprietari i tempi sono destinati ad allungarsi ancora”, comunica il Messaggero. Gli sfratti sono diventati un’odissea: “Riottenere le chiavi di una casa occupata da un inquilino moroso richiede tempi mediamente lunghi. E dopo la fine del blocco il timore è che l’attesa si allunghi ancora”.

“Il procedimento per arrivare a uno sfratto in Italia è lungo e va da una media di un anno e mezzo nelle medie città, per arrivare anche a tre anni nei grandi centri come Roma e Milano”, spiega Annamaria Terenziani del coordinamento legali di Confedilizia.

Generalmente, anche se la legge prevede che sia considerata un’inadempienza grave il mancato pagamento anche solo di una mensilità del canone, nessun proprietario avvia una procedura di sfratto alla prima inadempienza. Di solito “si accumula un arretrato di cinque o sei mensilità prima di agire”.

Quali sono i passaggi previsti per la procedura di sfratto? Il primo passo è l’invio di una lettera di sollecito, entro la quale viene indicata un termine per versare i canoni arretrati, all’inquilino. Trascorso il termine -che essere prolungato qualora le raccomandate siano evase- si può avviare la procedura di sfratto. “Per la notifica dell’atto di citazione servono 20 giorni, che diventano un mese considerando i tempi di ritiro”. Dopo la notifica, la prima udienza per la convalida dello sfrato viene fissata 40-50 giorni.

In udienza, oramai è una prassi, il debitore chiede “il termine di grazia”, ovvero 90 giorni entro i quali si impegna a pagare tutti i canoni e tutte le spese dovute. Mentre prima per la concessione di questo “termine di grazia” veniva effettuata una valutazione delle capacità dell’inquilino di pagare, adesso i giudici la concedono in automatico.

Ma dopo i 90 giorni, “in realtà quasi mai nessuno paga”, si legge tra le righe del Messaggero. Pertanto si interviene con una nuova udienza -dopo una ventina di giorni- durante la quale viene dato un ulteriore termine di 3 mesi, estendibili anche a 5 o 6, a seconda della situazione del debitore, per rilasciare l’immobile.

“Raramente arrivati al termine gli inquilini consegnano le chiavi”. Pertanto si passa alla fase esecutiva, ovvero, entra in gioco l’ufficiale giudiziario, il quale si occupa di verificare la presenza di anziani, disabili o minori. A questo punto, in genere, si rinvia di altri 3 mesi dopo il corso dei quali l’ufficiale può presentarsi con la forza pubblica per lo sgombero. Se quel giorno, però, si scopre la presenza di un minore, un disabile o un anziano, si rinvia nuovamente.

Insomma, tra raccomandate inevase, termini sospesi, ufficiali respinti il processo affinché il proprietario possa rientrare in possesso delle chiavi del suo immobile può durare anche 3 anni. Processo che si protrarrà considerando che si dovranno smaltire “prima le procedure arretrate più vecchie” e “si andrà in ordine cronologico”.

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