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Klaus Regling, ecco chi è l’uomo che governa davvero l’Europa. E che avrà ancora più potere

Klaus Regling, l’attuale amministratore delegato del Meccanismo europeo di stabilità (Mes), senza comprendere che la ricostruzione dell’Europa dovrà essere superiore a quella del secondo dopoguerra, è l’uomo che ha sillabato: “Italia e Spagna devono inginocchiarsi”. Ma chi è costui? Senza mezzi termini è quello che molti definiscono l’uomo più potente d’Europa. Ed è tedesco, ovviamente. Per questo lui e il ministro delle Finanze di Berlino, Olaf Scholz, hanno messo il loro imprimatur sul disegno di riforma del Mes, il quale persegue un chiaro obiettivo: limitare lo spazio di manovra della nuova presidente della Bce Christine Lagarde (e quindi fermare la politica accomodante che fu di Draghi) e mettere al riparo una Germania sull’orlo della recessione dalle possibili conseguenze di un tracollo di Deutsche Bank.

Klaus Regling, il numero uno del Mes, nel 2017 è stato confermato per altri cinque anni alla guida del “fondo salva-Stati” europeo, i cui poteri – se la riforma in discussione in questi giorni passerà – si estenderanno a un punto tale da sovrapporsi in parte a quelli della stessa Banca Centrale Europea. Come racconta molto bene Francesco Russo per l’Agi, “con un’Angela Merkel appannata e contestata all’interno del suo stesso partito, è tutto in mano ai burocrati l’onere di difendere la dottrina dell’austerità sulla quale si fonda, sovente a scapito dei partner comunitari, la competitività del modello tedesco”. E questo compito è tutto in mano a Regling, “già burocrate più potente del vecchio continente, con la riforma del Mes lo diventerà ancora di più”.

Russo ripercorre la carriera di Regling: “Economista di Lubecca, classe 1950, sposato con due figli, non appare spesso sulle prime pagine dei giornali e la rete scarseggia di profili a lui dedicati. Nel 1975 completa gli studi a Ratisbona. Subito dopo inizia la sua carriera al Fondo Monetario Internazionale, dove lavora cinque anni nel dipartimento Ricerca e si occupa dei programmi dedicati all’Africa: nella seconda metà degli anni ’70 triplicano i prestiti del Fmi al continente nero, prestiti condizionati a duri tagli alla spesa e drastiche privatizzazioni, non sempre nell’interesse del Paese che ne era oggetto. Le stesse ricette che vedremo applicate decenni dopo in Grecia, il cui piano di “salvataggio” ebbe, soprattutto nelle sue ultime fasi, Regling come supervisore e regista”.

Nel 1980, appena trentenne, Regling torna in patria e lavora al dipartimento economico dell’Associazione Bancaria Tedesca. “Tempo un anno e viene assunto presso la Divisione Affari Monetari europei del ministero delle Finanze, allora retto da Hans Matthofer, un socialista vecchia scuola che si era fatto le ossa nel sindacato dei metalmeccanici. Era l’epoca in cui il progetto dell’euro stava prendendo forma. Il Sistema Monetario Europeo era nato nel ’79 e il compito degli economisti di quel dipartimento era studiare come il solido marco si sarebbe fuso con la lira e la peseta, a quale tasso di cambio e a quali condizioni”. Poi Regling passa al rango di senior economist fino a diventare vicedirettore della divisione Mercato dei Capitali del Fondo Monetario Internazionale.

Conosce il mondo delle banche, conosce la finanza pubblica, conosce le istituzioni internazionali. “Regling torna al ministero delle Finanze tedesco e si guadagna la fiducia personale del cancelliere, che lo invia come rappresentante economico della Germania nei consessi internazionali più disparati, dal G7 allo stesso Fmi, con il quale manterrà un rapporto stretto. Nel ruolo di capo della divisione Affari Economici Internazionali, Regling è anche uno dei protagonisti della stesura dei trattati di Maastricht. Insieme al futuro presidente Horst Kohler e all’allora presidente della Bundesbank Hans Tietmeyer, fa parte del team di negoziatori tedeschi al tavolo che porrà le basi per la nascita dell’euro”.

In tutto questo, trova anche il tempo per il ruolo di lavorare ai vertici dell’Asian Development Bank e dell’Inter-American Development Bank e di sedere nel board di Hermès Credit Insurance. Nel 2001 tocca a Berlino la struttura burocratica della Commissione Europea più importante di tutte: la direzione generale per gli Affari Economici e Finanziari. Chi la guida? Ovviamente Regling, che ci resterà fino al 2008. Per quasi trent’anni, questo funzionario ha vissuto di ogni fase di sviluppo del progetto dell’euro, nel ruolo di protagonista e di garante degli interessi tedeschi.

Regling nel 2010 prende la presidenza dell’Efsf, il primo fondo salva-Stati europeo, che si occupa del salvataggio di Grecia, Irlanda e Portogallo. “Le chiavi della cassaforte – scrive Russo – rimangono così in mano alla Germania, mentre la Bce rimane quello che è: una banca centrale che non è davvero una banca centrale, mancando del ruolo di prestatore di ultima istanza”. Dal 2011, all’Efsf si affianca l’Esm, o Mes, un organismo permanente che aumenta la sua dotazione a 700 miliardi e diventa un vero e proprio Fondo Monetario europeo. Klaus Regling è dunque un “direttore generale”, ha un’autonomia maggiore e la Commissione Europea deve tener conto dei suoi pareri. Il suo ruolo nell’Efsf è quello di “Ceo”, amministratore delegato. Un vero e proprio manager con una “mission”: far sì che “l’integrazione dell’Eurozona diventi più stretta solo al patto di seguire un disegno tedesco“.

Il progetto di completamento dell’unione bancaria suggerito da Scholz e il piano di riforma del Mef procedono su binari paralleli e sono funzionali l’uno all’altro. Spiega Russo: “Il primo intende spingere le banche che detengono forti quote di debito pubblico a dismetterle, eliminando il ‘rischio zero’, scenario che avrebbe effetti devastanti per l’Italia. Il secondo, oltre a garantire copertura al fondo comune di garanzia per i depositi che ancora manca all’unione bancaria, evoca lo spettro della ristrutturazione del debito per i Paesi, come l’Italia, con i conti troppo in disordine per poter accedere agli aiuti. Ciò significherebbe che, una volta entrata in vigore la riforma, si scatenerebbe subito un attacco speculativo ai danni di Roma e, in assenza degli accantonamenti richiesti dal progetto Scholz, il sistema bancario italiano verrebbe travolto”. L’attuazione del piano tedesco è tutta nelle mani di questo burocrate “che, dietro le quinte, è stato sin dal principio il vero regista dell’unione monetaria”.

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