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Perché il Movimento Cinque Stelle non può abituarsi a “dire sempre di sì e marciare in fila per 3” a fianco del Pd

Era il 1974 quando Edoardo Bennato lanciava l’album in Fila per Tre, contenente 11 brani tra i quali la traccia che dava il nome alla raccolta. E che recitava, a un certo punto: “È il primo giorno però domani ti abituerai e ti sembrerà una cosa normale: fare la fila per tre, rispondere sempre di sì e comportarti da persona civile”. Quello che, senza troppi giri di parole, in questo momento il Pd sta chiedendo ai Cinque Stelle per dar vita al tanto sbandierato governo giallorosso.

Può il Movimento rassegnarsi davvero a un simile scenario? Il rischio è che le rinunce del “primo giorno”, quelle necessarie per porre le basi di un’intesa con Zingaretti & co., finiranno per trasformarsi presto in altre, più odiose imposizioni. Fino al momento in cui ci si ritroverà davvero a “fare la fila per tre” convinti che in fondo sia una cosa normale. Nello specifico, imponendo magari all’interno del ministero dell’Economia personalità legate a Bankitalia. O che magari da tempo facevano parte dello staff di quel Mef che in passato gli stessi Cinque Stelle avevano contestato.

E d’altronde, per rimanere sul testo bennatiano, i giornali hanno già iniziato a lodare la trasformazione “civile” di un Movimento che ora ha imparato le buone maniere, messo da parte i vaffa e imparato a sedersi a tavola con i signori del Partito Democratico senza più sbuffare. Spingendo sempre di più per un accordo che riporterebbe al governo chi si proponeva di incarnare i valori del popolo di sinistra e si è invece trasformato da anni in establishment.

Bene, allora, farsi certe domande prima che sia troppo tardi. Di sedersi su un piano inclinato che porta inevitabilmente a scivolare sempre più verso quel mondo osteggiato fino a pochi mesi fa. Prima, per dirla un’ultima volta alla Bennato, di convincersi che “noi siamo i buoni perciò abbiamo sempre ragione
e andiamo dritti verso la gloria…”.

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