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“Non posso passare la vita a combattere solo per sopravvivere”. Quando il lavoro diventa umiliazione. Le storie

Pubblicato il 14/07/2022 09:18

Cosa ci hanno lasciato in eredità le gestioni della pandemia prima del governo Conte e poi di quello guidato da Mario Draghi? Rabbia, frustrazione per delle restrizioni considerate ingiuste, la consapevolezza che gli aiuti economici promessi si sarebbero trasformati in briciole. E un duro colpo, l’ennesimo, a un mercato del lavoro già da anni impantanato, dove il precariato è diventato tristemente regola. Sulle pagine di Repubblica, Stefanno Massini ha raccolto testimonianze diverse di persone che, da ogni parte d’Italia, lottano da anni per ottenere una solidità economica che continua a sfuggire. Galleggiando in un mondo liquido, senza confini, che non dà sicurezze e che mortifica il cittadino.

C’è la testimonianza di Giacomo, 35 anni, calabrese, costretto a interrompere gli studi da giovane per far fronte a una situazione difficile, con una madre disabile da mantenere. E che inizia a lavorare per un benzinaio vicino casa che cerca un assistente per il suo magazzino. Pagamento in nero, nessuna garanzia, orari massacranti. Un copione che va avanti da vent’anni: “Quando a mezzogiorno ci offre un panino e una lattina noi gli diciamo pure grazie come se fosse l’uomo più buono del mondo”.

Tra i tanti casi citati, Massini ha riportato le parole di Michele, grafico trentenne originario di Udine che 5 anni fa si tolse la vita lasciando un’agghiacciante lettera-testamento in cui ripercorreva un’odissea di colloqui, compromessi, scelte al ribasso, compiacenze e mortificazioni, fino al terribile “non posso passare la vita a combattere solo per sopravvivere”. Una storia che aveva scosso l’Italia e che, purtroppo, drammaticamente attuale.

“Sono anni – è l’amare considerazione di Massini – che viviamo nell’illusione di poter cristallizzare un’eterna giovinezza, annullando il diagramma delle nostre differenti età in un susseguirsi di picchi da pseudo-ventenne forever”. In Italia si è creduto “di poter spalmare su un’intera carriera lavorativa il modello di chi ha tutta la vita davanti”. La conclusione è “una preghiera inscritta nella stessa parola precariato: l’essere umano viene al mondo per vivere, non per supplicare di poterlo fare”.

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