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Nel governo nessuno paga gli errori e la rabbia sociale dilaga nel Paese

di Gianluigi Paragone.

Nella risposta di Giuseppe Conte al maestro Riccardo Muti c’è tutta la inconsistenza del premier: linguaggio freddo, burocratico, supponente, vuoto. Un parlare tecnico e apatico contro una richiesta “calda”, culturale e sociale. Quel “comune destino di finitudine dell’essere umano” diventa il biglietto da visita perfetto di un premier che sembra un manichino dei grandi magazzini. Dentro un capo ben impomatato il nulla.
Un nulla che ora diventa una colpa: nessuna chiacchiera e nessuna promessa tiene più in una Italia martoriata dal virus e dalla incapacità di chi ha congelato i cittadini e le attività con la promessa che aveva tutto sotto controllo, che tutti ci guardavano con ammirazione, che gli altri governi ci chiedevano i protocolli.

Bugie: l’abbuffata di dpcm, di decreti salvo intese, di voti di fiducia, di comitati d’esperti, di stati generali e di supercommissari ha provocato un senso di nausea. E una domanda: possibile che nessuno paghi per gli errori, le colpe e la presunzione che ci hanno portati dentro la seconda ondata? Tutti ancora al loro posto, da Conte ad Arcuri, dalla De Micheli alla Azzolina, da Speranza a Gualtieri, da Patuanelli alla Catalfo. Tutti lì a provocare gli italiani.

La crisi non è una cena di gala, le crisi hanno sempre un prezzo, pertanto o saltano le teste dei responsabili irresponsabili oppure salta la tenuta sociale. E a nulla varrà l’amplificazione degli scontri promossi ad arte da ambienti malavitosi nella speranza di dividere i cittadini. Lo sapevamo tutti che l’esasperazione della crisi occupazionale (non lo sapevano che stavano aumentando i suicidi economici?) e le tensioni dovute al venir meno del potere d’acquisto sarebbero state l’addensante delle piazze; così come tutti sapevamo che laddove non fosse intervenuto lo Stato a metterci una pezza coi “suoi” soldi, lo avrebbe fatto l’anti-Stato aprendo i cordoni di una borsa avvelenata e ricattatoria colma di racket e di usura. Dov’era dunque la Lamorgese in questi mesi? Si chiama controllo del territorio, si chiama lavoro di intelligence: possibile che questi ambienti non fossero stati monitorati? Gli scontri in piazza sono colpa del ministro.
Esattamente come la rabbia sociale, vera e di intensità drammatica crescente, sono colpa del premier e dei suoi ministri economici: a fronte di tante chiacchiere, la liquidità non si è vista; e senza soldi non si cantano messe.

I cittadini non possono vivere sospesi tra bollette della luce e del gas vergognose, rate da pagare, debiti, spese alimentari. I piccoli imprenditori, finito il lockdown, sono stati guardati con il solito pregiudizio pezzente, tipico di Pd e oggi del Movimento: questi ora evaderanno il fisco, ora faranno quel che vorranno pur di guadagnare il più possibile, e cose simili. Invece chi è venuto meno alla parola data (prestiti, cassa integrazione, bonus, agevolazioni sulle sanificazioni…) è seduto al governo o dal governo è stato messo in qualche posizione di (ir)responsabilità. E da lì non si schioda. Aumentando così le tensioni.

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