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“Medicina e nazismo”, ecco perché il legame è più attuale di quanto si pensi. Lo studio di The Lancet spiazza tutti

Pubblicato il 03/01/2024 09:23
The Lancet medicina nazismo olocausto

La prestigiosissima rivista scientifica The Lancet ha pubblicato un voluminoso rapporto (74 pagine a due colonne e quasi 900 voci bibliografiche), il 18 novembre scorso, dal titolo “Medicina, Nazismo e Olocausto“. L’obiettivo degli studiosi è quello di evidenziare la necessità di coniugare etica professionale e ricerca scientifica. L’idea è che fornire risorse e informazioni su quel periodo storico alle odierne scuole di medicina, agli istituti di ricerca e alle associazioni che operano nel settore, in tutto il mondo, li renderà maggiormente consapevoli della loro responsabilità nei confronti delle prossime generazioni. Il volume è ancora più interessante se si pensa ai tanti studi a cui la rivista ha dato spazio e voce contro il vaccino Covid e contro la nuova deriva della tecnica a mRna. Cosa emerge da questo nuovo volume? Eugenetica, sterilizzazioni forzate, assassinii di massa mascherati da “eutanasia”: questi sono solo alcuni dei più terribili crimini commessi dai nazisti tra gli anni Trenta e la fine del secondo conflitto mondiale. In ambito sanitario, il regime hitleriano si macchiò di atrocità indicibili, ma sarebbe un errore pensare che queste violenze siano state portate avanti solo da una esigua minoranza. (Continua a leggere dopo la foto)
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Il nuovo studio pubblicato su The Lancet, che vuole richiamare l’attenzione sull’oggi e fare un parallelo con il presente, racconta infatti una storia molto diversa (e inquietante) sull’operato dei medici in quel periodo. Come riporta Focus, La ricerca è partita dall’iniziativa di Richard Horton, redattore capo della prestigiosa rivista medica inglese, che ha creato una commissione formata da venti ricercatori di varie università internazionali, con il compito di studiare la relazione tra medicina, nazismo e Olocausto attraverso un rigoroso esame delle fonti storiche. “Questo gruppo di ricercatori ha stilato un documento nel quale viene messo in luce il ruolo svolto dagli operatori sanitari nel formulare, sostenere e attuare le politiche genocide della dittatura nazista. I numeri emersi sono eloquenti e sottolineano come una buona parte dei professionisti sanitari dell’epoca fosse connivente con il regime: nel 1945, i medici tedeschi (non ebrei) iscritti al partito erano tra il 50% e il 65% del totale, una percentuale molto più alta rispetto a quella di tutte le altre principali professioni accademiche”. (Continua a leggere dopo la foto)

Esaminando i documenti dell’epoca, la Commissione ha sconfessato una serie di luoghi comuni, primo tra tutti quello secondo cui gli unici responsabili dei crimini medici siano stati pochi “estremisti” (come Josef Mengele ad Auschwitz), o dottori costretti con la forza a violare elementari norme etiche. Precisa Focus: “In realtà, molti di loro accettarono senza troppe proteste il nuovo ‘codice di condotta’ del nazismo, sviluppato in modo da avanzare un programma razzista a favore degli ‘ariani’ a scapito di etnie o categorie considerate inferiori (tra cui ebrei, rom, omosessuali o persone affette da disabilità) contro le quali venivano promosse pratiche come eutanasia, sterilizzazioni e brutali esperimenti che le trasformavano, di fatto, in cavie umane. I corpi delle vittime venivano usati per la ricerca e l’insegnamento, e anche decenni dopo la guerra alcuni resti vennero talvolta conservati in collezioni scientifiche”. Lo studio di The Lancet mette dunque in guardia dall’asservimento totale della scienza e dei medici al regime, sottolineando come proprio medici e scienziati abbiano contribuito all’affermazione dello stesso. Ci suona familiare? Ai posteri l’ardua sentenza.

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