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La “banca della ’ndrangheta” che induceva gli imprenditori al suicidio. Quando lo Stato non c’è arriva l’Antistato.

Quando il governo non è capace di dare risposte forti, si infiltra l’Antistato. Il reggino.it riferisce la cronaca nera riguardante episodi di usura nel territorio di Reggio Calabria e Taurianova. Il clan Longo-Versace aveva messo in piedi una “banca della ‘ndrangheta” che forniva denaro liquido e immediato in cambio di un assegno in bianco emesso a garanzia, che nel giro di pochi mesi si trasformava in un cappio mentre gli interessi crescevano.

Decine di imprenditori sono caduti nella rete dei Longo-Versace, che sfruttava ora più che mai le difficoltà economiche dovute alla crisi di liquidità seguita ai mesi di lockdown. L’esito delle indagini effettuate hanno condotto all’arresto 22 persone, fra capi e gregari. “Un primo step di un’indagine che vuole idntificare tutta la rete”, dice il procuratore capo Giovanni Bombardieri che mette in guardia: “Temiamo che con le difficoltà economiche di questo periodo storico che tali situazioni si possano ripetere”. 

Il procuratore aggiunto, Gaetano Paci, che ha coordinato l’indagine dei pm Giulia Pantano e Sabrina Fornaro, ha raccontato l’incubo delle vittime le quali subivano intimidazioni e pesanti vessazioni, “alcune hanno persino pensato al suicidio”. Altre hanno dovuto permettere al clan di entrare nella gestione della propria azienda, di decidere prezzi, clienti e fornitori; altre ancora si sono rassegnati a chiudere.

Il clan, storicamente radicato a Polistena, ha saputo architettare una vera e propria trapola, imponendo rigidamente le proprie regole di terrore. I denari prestati  si trasformavano nella condanna strumento di ricatto e minaccia. “C’è stato persino chi da vittima si è trasformato in carnefice e pur di estinguere il proprio debito o salvarsi, ha dato in pasto al clan altri imprenditori disperati o si è fatto latore di minacce e intimidazioni”, sottolinea il procuratore capo Bombardieri.

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