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Il CamaleConte è il leader ideale dei Cinquestelle

Pubblicato il 29/11/2022 20:21 - Aggiornato il 29/11/2022 20:24

Di Gianluigi Paragone – Comincio subito chiedendo scusa. Scusa per avere votato il condono di Ischia. Purtroppo era dentro il decreto Genova e serviva per rimediare alla tragedia del Ponte Morandi. Ricordo che ero già in polemica con Conte perché stava perdendo tempo rispetto alla revoca della concessione autostradale ai Benetton per giusta causa, revoca che non ha mai fatto dimostrando così di che pasta fosse l’avvocato del popolo.

E poi soprattutto l’esigenza di dare una risposta ai genovesi era quanto mai necessaria, urgente e doverosa. Perché dentro quel decreto ci fosse finito in seconda batttuta il condono era inspiegabile; almeno a una prima lettura. Dopo… aspettate e vi racconterò un retroscena interessante. Partiamo da un fatto: nel decreto c’era un decreto bello e buono, tanto che usarono non a caso quel titolo per l’articolo che lo rappresentava. Solo Conte, oggi che è nei guai, nel suo solito esercizio retorico finalizzato a cancellare le sue stesse tracce, può fingere che non lo fosse. Rimediando l’ennesima figuraccia. 

Sul CamaleConte torneremo poi, adesso però voglio ricordare cosa accadeva in Senato mentre si discuteva quel decreto. 

Davanti alla mia postazione c’era una collega molto tenace, Paola Nugnes; una donna con cui ho avuto molte discussioni: lei di sinistra, io più di centrodestra. Su certe cose, per esempio pacchetti sicurezza e immmigrazione, assolutamente distanti; su altre (Europa e pericolo neoliberista) d’accordo. Anche sulla difesa del territorio avevamo molte cose in comune. 

Fu lei a cominciare ad agitarsi: <Io questo condono non lo voto. E’ inutile che cercano di fregarci, questo è un condono peggiore degli altri perché lo stiamo facendo noi>. Aveva ragione: in sostanza si dava la possibilità di riaprire i termini di un vecchio condono – quello del 1985 – e sanare gli abusi costruiti negli anni. <Il mio voto non l’avranno>, tuonava mettendosi già sulla strada della “scomunica” su indicazione dei governisti. 

Paola Nugnes aveva ragione nella sostanza dell’articolo così come nella lettura politica interna ai Cinquestelle. Nel 2018 il Movimento fece un grande risultato in Campania, amplificando così le divisioni già note tra Di Maio e Fico. In quel tempo, Conte non faceva un passo se prima non si consultava con l’allora suo vicepremier: aveva bisogno che gli coprisse le spalle. Di Maio e la sua filiera campana (una mappa che dopo la rottura non vale più perché qualche ex dimaiano è nelle file di Conte) voleva assolutamente quella norma, per dimostrare che il Movimento era cresciuto e non era solo “Quelli che dicono sempre no”. Il condono era un messaggio che i Cinquestelle di governo stavano mandando, soprattutto al Sud. “Gliel’avranno promesso a qualcuno”, si bisbigliava nei corridoi. Mi convinsi anch’io che qualcosa di locale sotto c’era perché non si poteva aprire alcun confronto. Conte poteva farlo, non lo fece per non inimicarsi Di Maio e restare col cerino in mano. <C’è di mezzo la ripartenza di Genova dopo il crollo>, faceva sapere il premier ai ribelli. <Basta togliere quella norma>, gli si ribatteva. Ma niente da fare. Conte decise che il testo non avrebbe subito modifiche.

Giuseppe CamaleConte oggi fa lo gnorri, articoli ragionamenti pieni di parole vuote perché sa che quello era un decreto e lui lo volle. Bastava spuntare dal decreto Genova l’articolo 25, il famoso semplificatore e acceleratore di domande di condono proprio a Ischia. Lo negò e anzi tentò di indorare la pillola con il solito burocratese, sfoggiato ieri dalla Annunziata (dalla quale mi aspettavo più severità).

Conte oggi compie giri di parole su un condono che porta le impronte digitali del suo governo sovranista e populista, come orgogliosamente lo definiva lui stesso. Con la crisi di quel governo, l’avvocato cominciò un percorso tutto suo: con il Pd, con Berlusconi e con Renzi, con Draghi, con Bruxelles; coi Benetton e con Alessandro Profumo; mai chiaro su Mps e su altri rapporti con ambienti finanziari. E poi il Conte dei dpcm e dei voti di fiducia; il Conte dei vaccini obbligatori; il Conte delle maggiori spese militari, dell’invio delle armi in Ucraina ma anche pacifista. Solo su una cosa il CamaleConte è rimasto fermo, la difesa del reddito di cittadinanza per costruire la sua rendita elettorale.

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