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“I tagli alla sanità hanno lasciato gli italiani senza protezioni adeguate”. La denuncia della Corte dei Conti

Pubblicato il 01/06/2020 08:46 - Aggiornato il 01/06/2020 08:47

di Thomas Fazi.

È un quadro impietoso quello che emerge dall’ultimo rapporto annuale della Corte dei Conti sul coordinamento della finanza pubblica. Tutto un capitolo del rapporto, infatti, è dedicato alle drammatiche conseguenze degli scellerati tagli alla sanità effettuati in questi anni. «La mancanza di un efficace sistema di assistenza sul territorio – si legge nel rapporto – ha lasciato la popolazione senza protezioni adeguate» di fronte all’emergenza COVID-19. Il drammatico bilancio delle vittime, insomma, non è stato il risultato del destino cinico e baro ma di precise scelte politiche.

Prosegue il rapporto: «Se fino ad ora tali carenze si erano scaricate non senza problemi sulle famiglie, contando sulle risorse economiche private e su una assistenza spesso basata su manodopera con bassa qualificazione sociosanitaria (badanti), finendo per incidere sul particolare individuale, esse hanno finito per rappresentare una debolezza anche dal punto di vista della difesa complessiva del sistema quando si è presentata una sfida nuova e sconosciuta. È, infatti, sempre più evidente che una adeguata rete di assistenza sul territorio non è solo una questione di civiltà a fronte delle difficoltà del singolo e delle persone con disabilità e cronicità, ma rappresenta l’unico strumento di difesa per affrontare e contenere con rapidità fenomeni come quello che stiamo combattendo. L’insufficienza delle risorse destinate al territorio ha reso più tardivo e ha fatto trovare disarmato il primo fronte che doveva potersi opporre al dilagare della malattia e che si è trovato esso stesso coinvolto nelle difficoltà della popolazione, pagando un prezzo in termini di vite molto alto». 

Questo è il drammatico bilancio delle politiche di austerità implementate in questi anni su pressione dell’Europa, che hanno comportato – si legge sempre nel rapporto – «la graduale riduzione della spesa pubblica per la sanità e il crescente ruolo di quella a carico dei cittadini; la contrazione del personale a tempo indeterminato e il crescente ricorso a contratti a tempo determinato o a consulenze; la riduzione delle strutture di ricovero ospedaliere e l’assistenza territoriale; il rallentamento degli investimenti; differenze nella qualità dei servizi offerti nelle diverse aree del Paese; carenze di personale dovute ai vincoli posti [nei piani di] risanamento; limiti nella programmazione delle risorse professionali necessarie ma, anche, una fuga progressiva dal sistema pubblico; l’insufficienza dell’assistenza territoriale a fronte del crescente fenomeno delle non autosufficienze e delle cronicità». 

«Negli ultimi due anni – dice la Corte dei Conti – sono divenuti più evidenti gli effetti negativi di due fenomeni diversi che hanno inciso sulle dotazioni organiche del sistema di assistenza: il permanere per un lungo periodo di vincoli alla dinamica della spesa per personale e le carenze, specie in alcuni ambiti, di personale specialistico. A seguito del blocco del turn-over nelle Regioni in piano di rientro e delle misure di contenimento delle assunzioni adottate anche in altre Regioni (con il vincolo alla spesa),  il personale a tempo indeterminato del Sistema sanitario nazionale (SSN) è fortemente diminuito. Al 31 dicembre 2018 era inferiore a quello del 2012 per circa 25.000 lavoratori (circa 41.400 rispetto al 2008). Tra il 2012 e il 2017 il personale (sanitario, tecnico, professionale e amministrativo) dipendente a tempo indeterminato in servizio presso le ASL, le aziende ospedaliere, quelle universitarie e gli IRCCS pubblici si è ridotto di poco meno di 27 mila unità (-4 per cento). Nello stesso periodo, il ricorso a personale flessibile, in crescita di 11.500 unità, ha compensato questo calo solo in parte. Nel periodo, il personale medico si è ridotto di oltre 3.100 unità (-2,9 per cento), mentre l’infermieristico di poco meno di 7.400 (-2,7 per cento)». 

Negli ultimi anni, si legge sempre nel rapporto, i vincoli posti alle assunzioni in sanità «hanno aumentato le difficoltà di trovare uno sbocco stabile a fine specializzazione e un trattamento economico adeguato. Ciò è alla base della fuga dal Paese di un rilevante numero di soggetti: negli ultimi 8 anni, secondo i dati OCSE, sono oltre 9.000 i medici formatisi in Italia che sono andati a lavorare all’estero. Regno Unito, Germania, Svizzera e Francia sono i mercati che più degli altri hanno rappresentato una soluzione alle legittime esigenze di occupazione e adeguata retribuzione quando non soddisfatte dal settore privato nazionale. Una condizione che, pur deponendo a favore della qualità del sistema formativo nazionale, rischia di rendere le misure assunte per l’incremento delle specializzazioni poco efficaci, se non accompagnate da un sistema di incentivi che consenta di contrastare efficacemente le distorsioni evidenziate».

Particolarmente drammatico il dato sugli investimenti: «Come per il complesso delle amministrazioni pubbliche, anche in sanità la riduzione dei nuovi investimenti ha fatto sì che dal 2012 la dotazione di capitale fisso si sia ridotta di poco meno dell’8 per cento. Un andamento che, sotto questo profilo, differenzia l’Italia dalle maggiori economie europee». 

Una delle conseguenze più nefaste di queste politiche è stato l’aumento della spesa sanitaria privata, cioè dei soldi pagati dai cittadini di tasca propria per far fronte alle cure sanitarie (ricordiamo che solo nel 2018 sette milioni di italiani sono stati costretti a indebitarsi per curarsi). Parliamo di una spesa che nel 2016 si attestava a 28,1 miliardi – una cifra già enorme di suo – che però nel 2017 è cresciuta a 30,5 miliardi e a 32,3 miliardi nel 2018 (+5,9 per cento). Le Regioni nelle quali la spesa risulta più elevata sono la “virtuosa” Lombardia, con 7,6 miliardi nel 2018, il Lazio con 3,5 miliardi e il Veneto e l’Emilia, rispettivamente con 3,2 e 3,1 miliardi. Questo aumento della spesa – nota il rapporto – «si riconduce ai tempi di attesa per l’accesso alle prestazioni del servizio sanitario nazionale, molto più lunghi di quelli garantiti dal privato e a ticket che rendono meno rilevante la differenza con il costo delle prestazioni private». 

La Corte dei Conti si concentra poi su un altro aspetto drammatico dei tagli alla sanità, che ha evidentemente impattato pesantemente sulla gestione dell’emergenza sanitaria: la riduzione registrata nel nostro Paese nel numero dei posti letto di ricovero. Con la flessione registrata a 3,2 posti per 1.000 abitanti, infatti, «il nostro Paese si pone ben al di sotto degli standard di Francia e Germania che hanno, rispettivamente 6 e 8 posti, accomunando la nostra condizione a quella di Spagna e Gran Bretagna con 3 e 2,5 posti per mille abitanti». 

«Il timore da più parti espresso – nota eufemisticamente la Corte dei Conti – è che il processo che ha portato alla riduzione della dotazione di posti letto sia stato troppo netto. Che si sia, in altre parole, deospedalizzato troppo pur considerando che il fenomeno ha caratterizzato sostanzialmente tutti i sistemi sanitari dei paesi europei e va avanti da alcuni anni». 

La Corte dei Conti certifica, insomma, quello che alcuni di noi vanno dicendo da tempo: in questi anni abbiamo assistito a un processo di privatizzazione e mercatizzazione strisciante della del Sistema sanitario nazionale, sacrificato sull’altare dei vincoli di bilancio europei, che non solo ha avuto ricadute pesanti sulla salute e sul portafoglio di milioni di italiani, ma che ci ha fatto arrivare del tutto impreparati all’appuntamento con la pandemia, facendoci «paga[re] un prezzo in termini di vite molto alto». Dietro a quello che è accaduto vi sono, dunque, responsabilità politiche precise, nomi e cognomi, che in molti casi coincidono con coloro che questa emergenza l’hanno gestita. È ora di cambiare radicalmente rotta, tornando a mettere le vite dei cittadini prima dei vincoli contabili, il che significa in primis liberarsi di questi ultimi. Ma non senza prima aver fatto pagare il conto ai responsabili di questo scempio.