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Dalle mascherine alle siringhe, la giustizia indaga sui mille sprechi di Arcuri

Giuseppe Conte aveva eletto Domenico Arcuri a suo personalissimo jolly, l’uomo giusto per affrontare qualsiasi emergenza. E nonostante i tanti passi falsi, non si era mai tirato indietro, continuando a conferirgli un incarico dopo l’altro. Il risultato? Da un lato l’ex super commissario ha collezionato flop in sequenza, dal disastro dei banchi a rotelle per il ritorno a scuola alle mascherine, passando per il mancato rilancio di Ilva, Bagnoli, Embraco e Blutec o la gestione fallimentare di Invitalia. Dall’altro, col passare dei mesi per lui sono iniziati anche i guai sul fronte giudiziario.

Dalle mascherine alle siringhe, la giustizia indaga sui mille sprechi di Arcuri

A turbare i sonni di Arcuri c’è, innanzitutto, l’inchiesta sulla maxi-commessa da 800 milioni di mascherine cinesi, ordinate dalla struttura commissariale di cui era a capo e pagate più del prezzo di mercato, nonostante molte fossero difettose e non conformi agli standard di sicurezza. Un affare da 1,25 miliardi di euro e sul quale si sta concentrando la Procura di Roma: il 9 novembre 2020, come rivelato da La Verità, Arcuri era stato iscritto al registro degli indagati con l’ipotesi di corruzione insieme al dirigente Antonio Fabbrocini. Una vicenda che ha visto un gruppo di mediatori arricchirsi enormemente per quell’affare tutt’altro che conveniente per il nostro Paese, per la quale la posizione di Arcuri era stata stralciata, in un primo momento.

Dalle mascherine alle siringhe, la giustizia ora indaga sugli sprechi di Arcuri

Successivamente, nell’aprile 2021, ecco una richiesta di rogatoria internazionale inviata dai magistrati romani ai colleghi di San Marino. Arcuri e Fabbrocini stavolta risultano indagati per peculato, mentre anche la Procura di Gorizia inizia a muoversi sequestrando oltre 100 milioni di mascherine per ulteriori controlli. I guai dell’ex super-commissario di Conte sono diventati però, nel frattempo, anche contabili: tutta colpa delle cosiddette “siringhe luer lock”, in larga parte cinesi e volute a tutti i costi da Arcuri perché, a suo dire, avrebbero permesso di estrarre più dosi da ogni singola confezione di vaccino. E pagate, ovviamente, più dei dispositivi normali utilizzati da medici e infermieri.

La Corte dei Conti ha deciso di vederci chiaro, visto l’esborso da circa 10 milioni di euro, e ha disposto accertamenti per capire se le somministrazioni di vaccino non sarebbe potute avvenire con delle siringhe tradizionali, molto più economiche e prodotte in abbondanza dal nostro Paese. Ultima, brutta notizia per Arcuro è stata infine la bocciatura sempre da parte della Corte dei Conti dell’accordo sottoscritto a febbraio tra ministero dello Sviluppo Economico, Invitalia e Reithera, azienda che avrebbe dovuto sviluppare un vaccino contro il Covid. Intesa ritenuta debole rispetto all’investimento sulla produzione del farmaco dai giudici, e piuttosto troppo finalizzata al rafforzamento dell’azienda, con tanto di acquisto di una nuova sede.

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