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Costavano tanto, servivano poco: perché ora si indaga sulle siringhe di Arcuri

Avevamo dato notizia nei giorni scorsi, attraverso il Paragone, dell’ennesima gatta da pelare per l’ex commissari dei commissari, quel Domenico Arcuri al quale il governo Conte bis era solito affidare la gestione di qualsiasi operazione salvo poi ritrovarsi tra le mani, puntualmente, un clamoroso flop. Dopo lo scandalo mascherine, acquistate dalla Cina a prezzi gonfiate e inefficaci, era stata così la volta delle siringhe “Luer Lock”, volute a tutti i costi da Arcuri perché in grado di estrarre 6 dosi invece di 5 da ogni fiala di siero Pfizer. E pagate tanto, forse troppo. Tanto da far muovere la Procura di Roma.

Costavano tanto, servivano poco: perché ora si indaga sulle siringhe di Arcuri

Le siringhe erano state ordinate in grande quantità, oltre 157 milioni di prezzo, per un costo complessivo intorno ai 10 milioni di euro. Sulla vicenda si era già mossa la Corte dei Conti, che da gennaio cerca di capire se, per la somministrazione del farmaco, non sarebbero state sufficienti delle siringhe standard, prodotte in abbondanza dal nostro Paese a prezzi decisamente più abbordabili. Dalla Procura capitolina, invece, il fascicolo è stato affidato al pm Antonio Clemente.

Tra i dettagli sotto osservazione c’è anche il comportamento dell’Aifa, l’Agenzia Italiana del Farmaco. L’unica, in tutto il mondo, a consigliare per la vaccinazione tramite Pfizer “una speciale siringa sterile monouso dotata di sistema di bloccaggio dell’ago, Leuer Lock, per evitare distacchi accidentali”. Un’indicazione del genere non era stata data negli Stati Uniti, dove vengono utilizzati normali dispositivi per la somministrazione del vaccino, e nemmeno dall’Ema. La stessa Pfizer, interpellata in merito dagli inviati di La7, aveva chiarito che sarebbero state sufficienti “siringhe comuni”.

Nonostante questo, Arcuri aveva deciso di procedere all’acquisto, ribadendo: “Queste siringhe sono più precise e performanti”. Una presa di posizione che l’aveva visto scontrarsi anche con diversi imprenditori del settore, che avevano ribadito l’inutilità di quel prodotto rispetto a quelli standard, rimanendo però inascoltati. L’affare, alla fine, era andato in porto. Forse in maniera un po’ frettolosa, e senza badare troppo all’interesse nazionale.

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