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Vaccini, scadenze ritoccate e carità pelosa. Scoppia lo scandalo dei finti buonisti

Pubblicato il 29/03/2022 18:39

Sono circa 350 milioni le dosi di vaccini anti-Covid donate ai paesi poveri che non sono mai state iniettate, molte delle quali sono finite nella spazzatura. Un’inchiesta europea, divulgata dal quotidiano Domani, riguardante la ricostruzione sul tracciamento delle forniture, evidenzia tutte le responsabilità di Big Pharma nel rendere impossibile una risposta rapida alla richiesta di dosi. Anche l’Italia nel calderone, dopo la sua donazione al Ruanda di dosi che scadevano dopo 27 giorni.
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Africa terra di nessuno

Il 4 ottobre 2021 un volo della Qatar Airways atterra a Kigali, capitale del Ruanda, con un carico speciale: 857mila dosi del vaccino AstraZeneca donate dal governo italiano. A ricevere la spedizione c’è il direttore della campagna vaccinale Hassan Sibomana e Guillaume Kavaruganda, a capo del dipartimento che tiene le relazioni con l’Ue e le organizzazioni internazionali. Un tweet del ministero della Salute del governo pubblicizza l’evento, senza però dire che 575.100 delle dosi appena scaricate (due terzi del totale) scadranno dopo appena 25 giorni, mentre le restanti hanno una validità di un solo ulteriore mese. Al piccolo stato del centro-Africa è richiesto di organizzare una campagna di vaccinazione imponente, da 25mila dosi al giorno. Una situazione simile si verifica anche all’aeroporto di Tunisi, con l’arrivo delle dosi AstraZeneca recapitate il 1° agosto: sui lotti erano indicate date che andavano dal 30 settembre al 31 ottobre. Questo è quanto emerge dai contratti relativi ai trasferimenti di vaccini dall’Italia a Ruanda, Libia e Tunisia che Domani ha ottenuto tramite istanza di accesso agli atti rivolta al governo italiano.
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La denuncia del segretario di Stato

Due settimane dopo la consegna di Kigali, a Bonn il segretario di Stato tedesco alla Salute Thomas Steffen scrive a Sandra Gallina, capo negoziatrice della Commissione Ue per l’acquisto dei vaccini Covid-19: «I produttori tendono a dettare agli stati membri e ai paesi beneficiari condizioni che rendono praticamente impossibile una risposta rapida di fronte alla richiesta d’aiuto internazionale», menzionando le «scadenze dei vaccini» e le «fluttuazioni delle quantità consegnate» come cause della fallimentare pianificazione delle campagne vaccinali nei paesi poveri. Il politico tedesco definisce «inaccettabili» alcune delle richieste fatte dalle case farmaceutiche ai paesi beneficiari delle donazioni, evidenziando come le industrie «sembrano avvantaggiarsi dell’obbligazione contrattuale a ottenere il loro consenso scritto, per ostacolare trasferimenti di vaccini che considerano pregiudiziali ai loro interessi».
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La burocrazia di Big Pharma

Il contratto firmato dalla Commissione con le aziende farmaceutiche esplicita come gli stati membri non possano gestire liberamente le proprie eccedenze. Dunque, pur essendo proprietari delle fiale, ai Paesi acquirenti è proibito disporre pienamente delle proprie dosi, eventualmente decidendo di regalarle ad altri paesi più bisognosi, comunque non prima del benestare dell’azienda produttrice, attraverso la firma di un “accordo tripartito” con paese donatore e ricevente. Questo, chiaramente, ha provocato non poche lungaggini burocratiche. La conseguenza è stata che molti degli accordi sono stati sottoscritti a pochi giorni dalla scadenza delle fiale, accorciando significativamente la durata dei vaccini.
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Le discariche piene di fiale

Secondo i calcoli della società di analisi Airfinity, «del miliardo di dosi di vaccini anti-Covid donati ai paesi poveri nel 2021, solo il 65 per cento sono state effettivamente iniettate. Il restante 35 (350 milioni di dosi) si ritiene sia stato accantonato nei magazzini o sprecato». Il caso della Nigeria ne è un esempio emblematico. A dicembre, infatti, sono state interrate dai bulldozer nell’immensa discarica a cielo aperto di Gosa oltre un milione di dosi AstraZeneca. Le dosi smaltite erano parte di un carico arrivato a ottobre tramite un volo che trasportava 2,6 milioni di dosi del vaccino anglo-svedese, di cui 165.900 donate dall’Italia: le scadenze che andavano dalle quattro alle sette settimane di validità. «L’Agenzia nazionale del farmaco ha proceduto immediatamente a una serie di test per provare la qualità dei vaccini», ha spiegato il direttore generale dell’Agenzia nazionale per lo sviluppo dei servizi sanitari della Nigeria. I lotti sono stati rilasciati tra i 19 e i 21 giorni successivi, poi inviati per raggiungere le diverse regioni del Paese. Molti paesi a basso reddito hanno cominciato a rifiutare le donazioni, per evitare ulteriori difficoltà: «Ci sono i problemi conservazione delle dosi a basse temperature e poi dello smaltimento delle fiale scadute», dice Albiani di Oxfam.
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Il paradosso delle clausole

Una cosa curiosa è che tra le condizioni poste negli accordi tripartiti, basati su un modello standard preparato dalla Commissione europea per gli stati membri che vogliano donare o vendere parte delle proprie dosi, c’è l’obbligo per chi riceve le fiale di «essere vincolato come parte indennizzante». Di conseguenza, anche lo Stato più povero deve farsi carico di risarcimenti per eventuali effetti avversi del siero. «Questa clausola, contenuta anche nei contratti delle donazioni effettuate tramite il programma internazionale Covax, è una pretesa ingiustificabile» secondo Medici Senza Frontiere, che ha denunciato come in alcuni stati «palazzi di ambasciate e basi militari sono stati presi a garanzia di eventuali casi legali». Inoltre, gli accordi impongono ai paesi riceventi di «rinunciare a qualsiasi pretesa nei confronti di AstraZeneca, relativa a: mancanza di sicurezza ed efficacia del vaccino», quando l’azienda abbia rispettato le buone pratiche di fabbricazione. Una vera e propria assurdità se si pensa a come l’Italia non abbia praticamente mai calcolato la possibilità di indennizzare coloro che, sciaguratamente, sono stati colpiti da effetti avversi più o meno gravi; impegnandosi anzi nel redigere consensi informarti che hanno preso le sembianze di vere e proprie estorsioni, obbligando allo scarico di responsabilità i soggetti che ricevevano l’inoculazione. Ricordiamo tutti benissimo il mantra “nessuna correlazione” imposto a tutti i medici ed agli addetti ai lavori.
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Il legame tra scadenze e profitti

Ma il business dei vaccini è anche altro, soprattutto profitto. Ad esempio il vaccino Covishield, un biosimilare del siero di AstraZeneca prodotto dal Serum Institute of India, in base a un accordo con l’azienda, ha una durata di conservazione di nove mesi, tre in più dell’originale. L’Oms, che il 25 giugno aveva autorizzato l’estensione della scadenza di Covishield da sei a nove mesi, ha fatto sapere di «non aver ricevuto da AstraZeneca alcuna richiesta di prolungamento della validità delle fiale malgrado i nostri incoraggiamenti». L’Ema, di contro, spiega che al momento della prima immissione in commercio le date di scadenza indicate sulle confezioni erano brevi perché «i dati di stabilità dei vaccini Covid-19 erano limitati». L’agenzia ha comunque autorizzato i farmaci, raccomandando alle aziende farmaceutiche di «presentare una richiesta di estensione della validità» una volta che fossero disponibili ulteriori studi. L’agenzia evidenzia comunque che «spetta alle aziende decidere se e quando» presentare tale richiesta.

Dubbi sulla gestione di Astrazeneca

Al contrario di J&J, Pfizer e Moderna, che hanno successivamente chiesto di aggiungere rispettivamente ulteriori sette, tre e due mesi di validità, AstraZeneca non ha formulato alcuna domanda di estensione della scadenza delle fiale. L’azienda ha risposto alle domande dei giornalisti di Domani sulla ragione di questa mancanza, affermando che questa richiede «un processo complesso di raccolta dati in tempo reale da 20 stabilimenti produttivi, per garantire che tutte le estensioni della durata di conservazione siano conformi ai più elevati standard di qualità», sottolineando che le richieste sono più facili «quando sono coinvolti pochi siti produttivi». Enrica Altieri, che fino a giugno 2020 ha diretto il dipartimento di Ricerca e sviluppo sui medicinali per uso umano dell’Ema, «Le aziende generalmente cercano di avere la scadenza più breve possibile, principalmente per due motivi: il primo è che gli studi di stabilità richiedono tempo, perché devono essere fatti in real-time. Il secondo – prettamente commerciale è che quando un farmaco è scaduto, lo gettiamo e ne compriamo uno nuovo». Nel caso di AstraZeneca, le dosi ormai scadute sono state vendute a prezzo di costo. Quelle di futura produzione potranno essere vendute con un margine di profitto. L’inchiesta fa parte del progetto europeo #FollowTheDoses.

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