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Un fiume di disoccupati. La guerra presenta il conto. Ecco in quanti perderanno il lavoro

Pubblicato il 04/05/2022 08:57

Milena Gabanelli e Rita Querzè nella loro Data Room del Corriere presentano un quadro drammatico per i posti di lavoro in Italia in seguito alla guerra e soprattutto alla folle scelta del governo Draghi (appecoronato nei confronti di Nato e Ue) di rinunciare al gas e al petrolio russi. “La ricaduta economica però sarebbe altissima, anche se nessuno ha mai spiegato concretamente «quanto alta», a fronte del prezzo che stiamo già pagando sotto forma di sanzioni, assistenza ai profughi e incognite di una escalation. Oltre a quello incalcolabile delle vite umane”. Cosa si rischia davvero? “Tra gli scenari contenuti nell’ultimo Documento di economia e finanza del governo, ce n’è uno in cui si ipotizza per l’Italia lo stop degli approvvigionamenti di gas e petrolio dalla Russia. Si stima una carenza pari al 18% delle importazioni complessive nel 2022 e al 15% nel 2023. Il primo effetto è il razionamento, e il conseguente aumento del prezzo”. (Continua a leggere dopo la foto)

“Grazie” alla guerra e alle scelte di Draghi, dai circa 100 €/MWh di fine marzo si potrebbero superare i 220 €/MWh tra novembre 2022 e febbraio 2023. “Quindi un ulteriore rialzo a catena dei prezzi, che impatta sulle attività economiche, sui consumi, sull’occupazione. L’inflazione vola a quota 7,6%, e a fine anno la crescita del Pil si attesterebbe sullo 0,6%, e nel 2023 allo 0,4%. Le previsioni del governo si fermano qui”. Di conseguenza, quanto cresce la disoccupazione? Spiega Gabanelli: “Avremmo trimestri con segno negativo, con un crollo del Pil nella seconda metà di quest’anno del 2,5%. Uno shock che comporta la perdita di 1,3 punti percentuali di occupazione nel 2022 e di 1,2 punti nel 2023. In concreto: circa 293 mila perderebbero il posto di lavoro quest’anno, e altri 272 mila l’anno prossimo”. (Continua a leggere dopo la foto)

Chi sono i più colpiti? “Partiamo dalle famiglie che dovranno affrontare il caro riscaldamento e l’impennata dei prezzi alimentari: due spese incomprimibili. Già nel 2020 quelle con i redditi più bassi mobilitavano il 37,7% del loro bilancio per energia, carburanti, riscaldamento e alimentari, contro il 21,4% delle più ricche. Oggi, secondo stime della direzione studi e ricerche Intesa Sanpaolo, il quinto più povero delle famiglie spende il 48% del reddito per energia e alimentari contro il 27% delle più benestanti. Vuol dire che 5 milioni di nuclei non riusciranno quest’anno a coprire le spese primarie con i propri redditi”. (Continua a leggere dopo la foto)

Ma in uno scenario che vede una riduzione drastica delle forniture del gas russo cresce il numero delle famiglie in difficoltà, e il quadro peggiora ulteriormente per le imprese più energivore, come fonderie, vetrerie, ceramiche, cartiere, a rischio chiusura per i prezzi troppo alti di gas ed elettricità. A tutto questo “si aggiungono le difficoltà delle aziende alimentari colpite dall’embargo russo su grano, mais e fertilizzanti”. Le imprese in sofferenza vanno sostenute senza se e senza ma, e così le famiglie. E allo stesso tempo va messa la parola fine a questa guerra.

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