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Gli imprenditori si suicidano ma a Roma se ne fregano

di Gianluigi Paragone.

E’ successo a Firenze: un ristoratore si toglie la vita per un mutuo che non lo faceva stare sereno. Un suicidio, come già successo in altre parti d’Italia. Ma non sempre se ne parla.
I suicidi per cause economiche non valgono i contagiati dal Covid, eppure ce ne sono parecchi. E ogni suicidio ha una storia italiana, di questa Italia qui, di questo tempo qui. Pochi giorni fa, il 20 agosto la Tribuna di Treviso dedicava un pezzullo di venti righe venti a un artigiano di Caonada che si era tolto la vita, sposato con due figli. Il giorno precedente un altro imprenditore, 41enne, attivo nel campo della carpenteria leggera, veniva trovato senza vita nel suo capannone sempre a Caonada nei pressi di Montebelluna. Due morti in due giorni nello stesso paesino, una manciata di righe sul giornale locale.

A Roma che ne sanno di Caonada. A Roma non lo vedono il macabro pallottoliere della disperazione; forse lo vedranno in autunno ma lo schermeranno con l’emergenza sanitaria. A Roma non ascoltano. Eppure come Dino Santinon manda messaggi quasi quotidiani a me li manda a tanti altri, perché lui non molla. Come non mollano Milena, Giovanna, Luigi e i tanti animatori delle associazioni di risparmiatori traditi prima dai banchieri e ora dal governo. Risparmiatori senza più un risparmio che consenta di ripartire o semplicemente di sopravvivere.

Già, perché alle difficoltà del post Covid c’è pure una situazione in banca il risparmio è finito nell’idrovora di un credito dove il cliente era un pollo da spennare. Risparmiatori che da mesi aspettano il giusto risarcimento promesso da coloro che avevano votato come “giustizieri” e che ora al governo fanno orecchie da mercante. Non un soldo finora hanno visto e se mai ne arriveranno saranno quattro euri, poca roba rispetto a quel che i Cinquestelle (e io ne sono testimone) promisero in campagna elettorale. Le associazioni stavolta non servono più a Giggino e soci, né per prendere voti né per fare la guerra “al Pd, agli amici dei banchieri” in quella Commissione d’inchiesta che non strappa un titolo di giornale perché fa melina e nient’altro, accucciata al cospetto dei veri poteri bancari con cui ora vanno a braccetto.

E mentre loro a Roma inciuciano, in Italia ci si toglie la vita, strozzati dai debiti. Altro che i soldi a bizzeffe che arrivano dalle banche e dall’Europa. Per ora ci sono soltanto risparmi prosciugati, blablabla governativi e l’affanno di imprenditori che non sanno più cosa sia la dignità. Imprenditori che vengono derisi dal governo, gabbati e pure indicati come evasori. E così non resta che togliere il disturbo, suicidarsi da invisibili perché anche sul gesto estremo non vogliono che si sappia nulla.

Di Maio, in una intervista, ha detto che hanno risarcito i truffati dalle banche: lo venga a dire in piazza, senza la scorta con cui ora va in giro a dispetto del tempo in cui si vantavano che la loro scorta erano i cittadini. Quel risparmio sarebbe servito come rete di protezione, invece niente. In Veneto si muore in bolletta e bastano venti righe in cronaca per non dare troppo nell’occhio.

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