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Conte e il bluff dei prestiti

di Gianluigi Paragone.

Se un presidente del Consiglio chiede “un atto d’amore” alle banche verso i cittadini allora stiamo freschi. Primo, le banche non fanno atti d’amore verso chicchessia soprattutto adesso che hanno un nuovo dna molto più finanziario che commerciale (e quand’anche promuovono manifestazioni di solidarietà hanno sempre il loro bel tornaconto).

Secondo, un presidente del Consiglio che passa dai 400 miliardi di garanzia alla supplica verso il mondo bancario porta allo scoperto ciò che realmente è il cosiddetto decreto liquidità e cioé una partita di giro quasi tutta a favore delle banche, con la quale gli istituti di credito potranno disincagliare sofferenze pregresse dei loro clienti ai quali arriveranno le briciole del prestito che erano andati a chiedere. “Se le banche non erogano i prestiti sono loro dalla parte del torto”, spiegava il Candido Toninelli, forse nostalgico del tempo in cui dai banchi dell’opposizione denunciava le malefatte del sistema bancario: caro Danilo, ormai le banche vi hanno preso le misure e muoiono dalle risate ogni volta che mostrate la faccia cattiva. 

Non è tutto. Chiedendo alle banche un atto d’amore verso i cittadini, Peppe Conte ha svelato anche le debolezze della garanzia dello Stato. Se infatti il bazooka delle garanzie avesse realmente una gittata e una potenza di fuoco enormi, perché pietire “un atto d’amore”? Le banche eroghino punto e basta, tanto c’è la cifra “poderosa, mai vista prima”, come ebbe a definirla Giuseppi, messa a garanzia dallo Stato.  

La realtà delle cose è ben diversa dalle fanfaronate delle conferenze stampa del duo Conte/Casalino e cioè il sistema bancario non si fida delle promesse del governo, non si fida delle garanzie messe lì. Ecco perché tergiversano, prendono tempo, si riparano il più possibile dietro procedure che di fatto rendono inaccessibile l’accesso al prestito. Il percorso a ostacoli è sempre più sbilanciato a favore delle banche, pertanto chi ha il minimo di sofferenza resta fuori altro che “nessuno rimarrà indietro per colpa del coronavirus”. Qui tante piccolissime imprese, tanti esercizi commerciali salteranno come birilli. Le start up moriranno prima di vedere la luce. E il virus sarà la gelata definitiva sull’economia italiana, indebitata e rovinata. A meno che tu non sia un dipendente pubblico al quale nessuno toccherà mai stipendio, posto e benefit; anzi, a dirla tutta, tra smart working e quarantena, le uscite si sono ridotte a poca cosa. 

Le banche non avranno pietà quando si tratterà di telefonare ai clienti per comunicare che sono andati in rosso; i bancomat non avranno pietà a ingoiare le tessere anziché erogare cartamoneta. In poche parole tutto quello che il buon senso suggeriva per superare una situazione emergenziale (cioè creare danaro dal nulla, monetizzare il proprio nuovo ingente debito, accreditare direttamente soldi a fondo perduto e bloccare la burocrazia fiscale) non è stato attuato, preferendo gli strumenti ordinari, peraltro già fallaci. 

 L’altra sera, il ministro del governo di Promettopoli, Stefano Patuanelli, è stato umiliato da Renzo Rosso, uno degli imprenditori più conosciuti in Italia e all’estero: il primo parlava da ministro di Promettopoli appunto, il secondo gli spiattellava i numeri di un imprenditore che sfama 700mila famiglie e fa fatturati importanti. “Governo di fenomeni, fate cinematografia, lei dice cazzate”. Punto, set, incontro.

Purtroppo quel che accade in Italia non può essere visto da chi si barrica dentro i palazzi, che impiega il tempo a scrivere, correggere, riscrivere, ricorreggere, e poi dover riscrivere ancora fino a quando finanche il più inutile burocrate o il più impreparato dei collaboratori ha detto la sua. Con grande dolore va ammesso che Renzo Rosso ha ragione quando dice che al governo sanno fare solo cinema: Conte, Gualtieri, Di Maio, Patuanelli, la Azzolina, la Catalfo sono l’Armata Brancaleone quando fuori dal cinema la locandina annuncia gli Avengers. Insomma un comico equivoco ben scritto da Rocco Casalino, una specie di Vanzina a Palazzo Chigi.

 Ovviamente se non fosse per la drammaticità dei tempi, tutto questo sarebbe divertente. Ma appunto nulla lo è.

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