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Salario minimo orario: così l’Italia prova a rialzare la testa

Una battaglia storica portata avanti negli ultimi anni dal Movimento Cinque Stelle, quella per l’istituzione del salario minimo orario. Un tasto dolente per un Paese, l’Italia, rimasto indietro rispetto al resto d’Europa e che però potrebbe iniziare presto la sua rincorsa, grazie a un ddl depositato in Senato e già in discussione alla Commissione Lavoro.

Il salario minimo era d’altronde uno dei punti messi per iscritto al momento della firma del contratto di governo: l’idea è che nessun lavoratore possa guadagnare meno di quanto previsto dai contratti collettivi nazionali più rappresentativi e, comunque, mai cifre inferiori ai 9 euro lordi l’ora.

Dopo l’istituzione del reddito di cittadinanza, un’altra arma per contrastare il dumping salariale e dare un aiuto alle famiglie che si trovano a vivere sotto la soglia di povertà: stando al rapporto Eurostat In-work poverty in the EU (marzo 2018), oggi in Italia quasi il 12% dei lavoratori dipendenti riceve un salario inferiore ai minimi contrattuali contro una media Ue del 9,6%.

Una situazione che pone l’Italia in una posizione di netta inferiorità rispetto agli altri Paesi dell’Unione Europea, dove il salario minimo è già realtà in 22 stati su 28 (e anche dove non esiste, i sistemi di contrattazione collettiva intervengono in aiuto dei cittadini) a fronte di un “Bel Paese” dove esistono ancora zone con redditi medi mensili di 520 euro per i lavoratori dipendenti. Un passo importante, dunque, per aumentare il potere d’acquisto delle famiglie, i consumi e la produttività. I prossimi obiettivi in agenda saranno poi la riduzione del costo del lavoro e della pressione fiscale sulle imprese.

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