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Vaccini, Big Pharma ora vuole l’immunità per gli effetti collaterali

di Filippo Nesi.

Il Financial Times, sempre molto ben informato su tutto quanto accade nei corridoi di Bruxelles, riferisce con un articolo di ieri che le grandi aziende farmaceutiche attualmente impegnate nella corsa al vaccino anti-COVID stanno facendo pressione da settimane sulla Commissione UE per ottenere preventivamente esenzioni di responsabilità civile. 

Che molte aziende farmaceutiche fossero già avanti in queste trattative era cosa nota. Di nuovo c’è ora un documento interno della stessa Vaccines Europe, la divisione europea delle industrie e delle associazioni farmaceutiche che rappresenta, tra gli altri, grandi marchi come AstraZeneca, GlaxoSmithKline, Janssen, Merck, Novavax, Pfizer, Sanofi, Takeda, Abbott e CureVac, nel quale si afferma che la pandemia e l’esigenza di trovare rapidamente vaccini hanno compresso i tempi della ricerca e dello sviluppo da anni a mesi: «La velocità e la portata dello sviluppo e dell’implementazione [dei vaccini] significano che è impossibile produrre la stessa quantità di dimostrazioni scientifiche di supporto che sarebbero normalmente disponibili attraverso studi clinici ad ampio raggio e la normale prassi ospedaliera degli operatori sanitari». Questo approccio crea «inevitabili rischi», si afferma nel documento. Per questo motivo, Vaccines Europe si fa portavoce delle aziende rappresentate chiedendo esplicitamente un «sistema completo di risarcimento no-fault e non contenzioso, oltre che un’esenzione dalla responsabilità civile».

Quello del no-fault è un tema enormemente complesso dal punto di vista giuridico, che ha già sollevato estenuanti dibattiti e polemiche negli ultimi quaranta anni. Mi limiterò a ricordare che negli USA è in vigore dal 1986 il National Childhood Vaccine Injury Act. Questa legge garantisce alle vittime di danni da vaccino (accertati o presunti) una corsia preferenziale per ottenere risarcimenti dallo Stato senza passare per i tribunali, esonerando allo stesso tempo le compagnie farmaceutiche da ogni responsabilità civile e dal rischio di essere oggetto di cause miliardarie (rischio che negli anni Ottanta aveva portato molte case farmaceutiche ad abbandonare il settore della ricerca vaccinale a seguito di una serie di sentenze favorevoli ai querelanti). Venne così istituito il VICP (Vaccine Injury Compensation Program), un fondo fiduciario federale per i risarcimenti, finanziato mediante un supplemento di 75 centesimi su ogni vaccino. 

In Europa la giurisprudenza in materia è più complessa e non esiste un vero e proprio fondo paragonabile al VICP, né a livello nazionale né a livello comunitario. Tuttavia, la sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione europea 21/06/2017 n° C‑621/15, così come la sentenza 118/2020 della Corte Costituzionale in Italia, vanno nella stessa direzione. Mentre, da un lato, riconoscono al querelante il diritto al risarcimento da danni da vaccino sulla base di un semplice nesso causale (cioè, anche in assenza di un vero e proprio consenso scientifico), dall’altro scaricano l’onere del risarcimento sui ministeri della sanità nazionali. Questo in base al principio secondo cui il paziente che sia vittima di danni da vaccino obbligatorio o raccomandato merita un indennizzo per il proprio “sacrificio” in nome del bene collettivo. 

Tornando alle pressioni che le case farmaceutiche stanno facendo attualmente per ottenere l’esenzione di responsabilità civile per i futuri vaccini anti-COVID dall’UE, c’è poco da sorprendersi. Ricordo, infatti, che è stata la stessa Unione europea, in una nota del 17 giugno, a farsi promotrice di una campagna per «accelerare lo sviluppo, la produzione e l’implementazione di vaccini contro il COVID-19» in tempi rapidissimi (letteralmente «in un arco di tempo di 12-18 mesi»). Questa sciagurata decisione, ovviamente difesa con la necessità di proteggere i cittadini e salvare vite umane, non ha solo incoraggiato la corsa delle case farmaceutiche al vaccino “subito e a ogni costo”. Ha anche legittimato indirettamente la loro richiesta di un ombrello giuridico che le metta al riparo dagli inevitabili rischi di una sperimentazione insufficiente. È come se le case farmaceutiche ci stessero dicendo: «Guardate che è la stessa UE ad averci chiesto di accorciare i normali tempi di sperimentazione, ovvio che noi ci aspettiamo a questo punto un’adeguata copertura a livello giuridico». Tutto questo senza considerare che è la stessa Commissione europea a finanziare 23 nuovi progetti di ricerca per la produzione di vaccini contro il COVID-19 per un valore complessivo di 128 milioni di euro attraverso il fondo Horizon 2020. 

Insomma, un furbesco gioco delle parti, dove quella che dovrebbe essere l’autorità regolatoria che vigila sulla salute dei cittadini, ossia l’UE, è in realtà la prima ad aprire la porta alla deresponsabilizzazione dei produttori di vaccini in nome dell’urgenza e della “responsabilità morale” di proteggere e salvare vite umane. In un contesto simile, in cui interessi aziendali enormi, interessi politici, aspetti sanitari, rischi giuridici si intrecciano tra loro in un clima di panico e isterismo collettivo come quello che viviamo ormai da mesi, che cosa mai potrà andare storto? 

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